San Francesco arriva al centro commerciale: al Meduna padre Enzo Fortunato invita a riscoprire la bontà che è in noi

PORDENONE – Un incontro di cultura e spiritualità nel Centro Commerciale Meduna, in occasione della mostra “800 anni di San Francesco d’Assisi (1226-2026)”. Padre Enzo Fortunato, frate francescano conventuale, giornalista e scrittore e direttore della Comunicazione della Basilica di San Pietro in Vaticano, ha raccontato l’attualità del messaggio del Poverello d’Assisi: dalla bontà presente in ogni persona alla necessità di spezzare, nel quotidiano, la catena della violenza.

Portare San Francesco dentro un centro commerciale. Potrebbe sembrare un accostamento insolito, quasi provocatorio. E invece proprio questa è l’originalità dell’iniziativa ospitata dal Centro Commerciale Meduna, che in occasione della mostra “800 anni di San Francesco d’Assisi (1226-2026)” ha proposto un appuntamento capace di unire cultura, spiritualità e vita quotidiana.

Ospite dell’incontro è stato padre Enzo Fortunato, frate francescano conventuale, giornalista e scrittore, direttore della Comunicazione della Basilica di San Pietro in Vaticano. Al centro della sua riflessione, una domanda tanto semplice quanto attuale: che cosa avrebbe ancora da dire oggi Francesco d’Assisi?

La risposta parte da una parola che, per padre Enzo, rappresenta il vero “DNA” del santo: bontà.

Per raccontarlo, il francescano è tornato agli anni della giovinezza di Francesco, segnati dalla sconfitta nella battaglia di Collestrada, dal conflitto con il padre e dalla rottura con la società di Assisi. Una fase difficile, nella quale il giovane Francesco viene invitato dal vescovo a lasciare temporaneamente la città per permettere agli animi di calmarsi.

È così che arriva a Poggio Bustone, nella Valle Reatina. Qui incontra persone che lo salutano, gli offrono del pane, gli mostrano una solidarietà semplice e concreta. Francesco scopre così qualcosa che diventerà centrale nella sua esperienza: in ogni persona esiste una possibilità di bene.

Da quel momento nasce anche uno dei suoi saluti più celebri: “Buongiorno, buona gente”. Non una formula di cortesia, ma quasi una dichiarazione di fiducia nell’essere umano.

Secondo padre Enzo, quella fiducia attraversa tutta la vita del santo: dall’incontro con il lebbroso a quello con il sultano al-Malik al-Kamil, dal rapporto con il Papa fino alle persone che bussavano alla porta della sua comunità. Francesco non smette mai di cercare e riconoscere la bontà nell’altro.

Ed è proprio questa, secondo il religioso, la provocazione che San Francesco rivolge all’uomo contemporaneo.

“Francesco ci chiede di far emergere la bellezza che portiamo dentro, la bontà che portiamo dentro”, ha spiegato padre Enzo. Una bontà che spesso le circostanze della vita, le paure, i conflitti e le contrapposizioni finiscono per seppellire, lasciando emergere sentimenti di odio, aggressività e violenza.

La pace, dunque, non può essere soltanto una parola pronunciata di fronte alle grandi tragedie del mondo. Deve cominciare dalle relazioni quotidiane.

“Qual è il mio atteggiamento di fronte a quello che accade?”, è la domanda proposta da padre Enzo. Perché anche davanti alle guerre e ai conflitti lontani ciascuno può chiedersi se il proprio comportamento contribuisca a spezzare oppure ad alimentare la “catena del non senso”.

Pregare per la pace, ha osservato, rischia di diventare una contraddizione se nella propria vita quotidiana si coltivano rancore e ostilità: se non si parla con un familiare, se si vive un rapporto di odio con qualcuno, se si alimentano continuamente conflitti. La pace globale passa anche dalla capacità di costruire pace nelle relazioni più vicine.

Da qui il titolo del libro di padre Enzo, Se tornasse Francesco, e una considerazione particolarmente significativa: “Francesco è molto celebrato, è poco vissuto”.


Gli appuntamenti organizzati in tutta Italia per gli 800 anni dalla morte del santo sono numerosi. Ma celebrare davvero Francesco, secondo padre Enzo, non significa soltanto ricordarne la figura. Significa lasciarsi interrogare dalla sua vita e permettere che quella vita entri concretamente nella nostra.

Il rischio, altrimenti, è quello di “celebrarlo e non incontrarlo”.

Ed è proprio l’incontro la chiave della proposta portata al Meduna: un luogo normalmente associato allo shopping diventa per un momento uno spazio di confronto e di cultura, dove una figura della storia religiosa italiana viene riletta alla luce delle domande del presente.

La riflessione di padre Enzo si è poi spinta a una delle intuizioni più rivoluzionarie di Francesco: quella di chiamare fratello e sorella non soltanto l’essere umano, ma anche ciò che lo circonda.

Nel Duecento, ha ricordato il francescano, la sensibilità nei confronti della natura era profondamente diversa da quella contemporanea. Francesco introduce invece uno sguardo nuovo: il creato non è qualcosa da respingere, ma una realtà da riconoscere, rispettare e amare. Sole, luna, terra, acqua e persino le creature più piccole diventano parte di una grande fraternità.

È una rivoluzione culturale prima ancora che religiosa, perché cambia il modo di guardare il mondo: ogni cosa può diventare un richiamo al bene e, attraverso il bene, a Dio.

È questa capacità di Francesco di rovesciare il punto di vista a renderlo ancora sorprendentemente attuale. Non propone soltanto una teoria, ma invita a un cambiamento concreto e personale.

Il messaggio finale affidato da padre Enzo al pubblico del Meduna può essere riassunto in una frase che richiama anche la celebre intuizione di Gandhi: essere il cambiamento che si desidera vedere nel mondo.

Tutti chiediamo un mondo diverso, più pacifico, più giusto e più umano. Francesco, però, sembra suggerire che la trasformazione non possa iniziare sempre dagli altri.

Comincia da noi.

E forse è proprio questa la sfida più attuale che gli 800 anni dalla morte di San Francesco possono consegnare al presente: non limitarci a celebrare il santo di Assisi, ma provare, nel nostro piccolo, a vivere almeno un frammento della sua rivoluzione.

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