L’economia manda segnali contrastanti: l’Europa prova a ripartire, ma inflazione e consumi frenano ancora

Negli ultimi giorni sono arrivati molti dati economici e, letti uno alla volta, possono sembrare persino contraddittori. Da una parte le imprese sono più fiduciose, la Germania torna a crescere e l’attività economica dell’Eurozona accelera; dall’altra l’industria italiana rallenta, la Francia non cresce, l’inflazione rimane un problema e negli Stati Uniti i prezzi continuano a salire troppo velocemente.

Per capire cosa sta succedendo dobbiamo immaginare l’economia come un’automobile. Il motore è acceso e la macchina si muove, ma il conducente non può ancora premere con decisione sull’acceleratore perché alcune spie sul cruscotto continuano a lampeggiare. La più importante si chiama inflazione.

Italia: le imprese diventano più ottimiste, ma l’industria continua a faticare

Cominciamo dall’Italia. Ad agosto la fiducia delle imprese è salita da 95,7 a 96,9, mentre quella dei consumatori è passata da 94,2 a 94,5. Il miglioramento delle famiglie è quindi piuttosto piccolo e, soprattutto, inferiore alle attese degli economisti, che prevedevano un valore di 95.

Ma cosa significa concretamente “fiducia”?

Immaginiamo il proprietario di una piccola azienda. Se pensa che nei prossimi mesi arriveranno più ordini, probabilmente sarà disposto ad acquistare nuovi macchinari, assumere personale o aumentare le scorte. Se invece teme che l’economia peggiori, tenderà a rimandare questi investimenti.

Lo stesso vale per una famiglia. Se pensa che il proprio lavoro sia sicuro e che il reddito aumenterà, sarà più propensa a comprare un’automobile, cambiare cucina o andare in vacanza. Se teme di perdere il lavoro, tenderà invece a risparmiare.

Per questo la fiducia è importante: quello che pensiamo del futuro può influenzare quello che facciamo oggi.

Il dato italiano è quindi incoraggiante, soprattutto per le imprese. Ma c’è un problema: quando passiamo dalle aspettative ai numeri reali dell’industria, il quadro diventa meno brillante.

A giugno il fatturato dell’industria italiana è diminuito dell’1% rispetto al mese precedente; misurato in termini di quantità prodotte, il calo è stato dello 0,7%. La flessione ha interessato sia il mercato italiano sia quello estero.

Questo ci insegna una cosa importante: fiducia e attività economica non sono la stessa cosa. La prima ci racconta ciò che imprenditori e consumatori pensano possa succedere; produzione e fatturato ci raccontano invece ciò che sta già accadendo.

L’Italia sembra quindi trovarsi in una fase in cui le aspettative migliorano prima dei numeri effettivi dell’economia. Sarà necessario vedere se nei prossimi mesi la maggiore fiducia si trasformerà davvero in più ordini, produzione e investimenti.

Germania: finalmente qualche segnale di risveglio

La Germania è probabilmente uno dei dati più interessanti della settimana.

Per molto tempo l’economia tedesca è stata il grande malato d’Europa. Industria debole, energia costosa e difficoltà delle esportazioni hanno pesato fortemente sulla crescita.

Adesso qualcosa sembra muoversi.

Nel secondo trimestre del 2026 il PIL tedesco è cresciuto dello 0,3% rispetto al trimestre precedente, leggermente meglio della stima iniziale dello 0,2%.

Anche la fiducia delle imprese sta migliorando: l’indice Ifo è salito da 86,7 a 88,8, molto più degli 87,2 attesi dagli economisti.

E persino le famiglie sembrano un po’ meno pessimiste. L’indice GfK sulla fiducia dei consumatori è migliorato da -29,4 a -26,6 punti. Il numero rimane negativo, quindi non significa che i tedeschi siano improvvisamente diventati ottimisti: significa semplicemente che sono meno pessimisti di prima.

Sul mercato del lavoro, però, qualche fragilità rimane. Ad agosto i disoccupati sono aumentati di 4.000 unità, raggiungendo circa 2,996 milioni. L’aumento è comunque leggermente migliore delle attese, che indicavano +5.000, mentre il tasso di disoccupazione è rimasto fermo al 6,4%.

Mettendo insieme questi dati possiamo dire che la Germania non è ancora tornata a correre, ma sembra avere smesso di arretrare.

Ed è importante per tutta Europa: la Germania rimane una delle maggiori economie dell’area euro e un miglioramento dell’industria tedesca può produrre effetti positivi anche sulle aziende italiane, francesi, olandesi e degli altri Paesi che fanno parte delle sue catene produttive.

Francia: economia ferma e prezzi che accelerano

Il quadro francese è meno rassicurante.

Nel secondo trimestre l’economia francese ha registrato una crescita dello 0,0%. In pratica, rispetto ai tre mesi precedenti, non è cresciuta affatto. Il risultato è stato peggiore sia della precedente stima del +0,2% sia delle aspettative degli economisti. Le esportazioni sono invece aumentate del 2,9%, sostenute in particolare dal settore aeronautico.

Contemporaneamente l’inflazione armonizzata francese è salita dal 2,4% di luglio al 2,7% di agosto, soprattutto a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e dei prodotti petroliferi.

Questa combinazione non è particolarmente piacevole.

Se l’economia cresce poco, normalmente una banca centrale vorrebbe poter ridurre i tassi per darle una spinta. Ma se contemporaneamente l’inflazione aumenta, abbassare troppo rapidamente i tassi può rischiare di alimentare ulteriormente i prezzi.

È uno dei grandi dilemmi delle banche centrali: stimolare la crescita senza riaccendere l’inflazione.

Spagna: prezzi in forte aumento, mentre i consumatori rallentano

In Spagna il problema dell’inflazione appare ancora più evidente.

L’inflazione armonizzata europea è salita al 4,5%, mentre quella nazionale ha raggiunto il 4,3%. L’inflazione core, cioè quella calcolata eliminando alcune componenti particolarmente volatili, si è attestata al 2,9%.

Contemporaneamente le vendite al dettaglio di luglio, corrette per calendario e inflazione, sono diminuite dello 0,3% rispetto a un anno prima, invertendo la crescita registrata a giugno.

Per capire perché questi due numeri sono collegati basta pensare al supermercato.

Se una famiglia dispone di 100 euro e i prezzi aumentano, con gli stessi 100 euro riesce a comprare meno prodotti. Se gli stipendi non aumentano abbastanza velocemente, prima o poi deve rinunciare a qualcosa.

L’inflazione elevata può quindi trasformarsi in un freno ai consumi e, successivamente, alla crescita economica.

Eurozona: il manifatturiero finalmente torna a dare una mano

Se allarghiamo lo sguardo all’intera Eurozona, però, compare un segnale decisamente più incoraggiante.

Ad agosto il PMI composito è salito a 52,1, massimo da novembre e superiore al 51,7 atteso dagli economisti.

Qui dobbiamo spiegare che cos’è un PMI.

È un’indagine fatta ai responsabili degli acquisti delle aziende. In modo molto semplificato, viene chiesto loro: state ricevendo più ordini? State producendo di più? State assumendo? I tempi di consegna stanno cambiando?

Il numero fondamentale da ricordare è 50.

Sopra 50 significa che l’attività tende ad espandersi; sotto 50 significa che tende a contrarsi.

Un PMI a 52,1 ci dice quindi che l’economia dell’Eurozona sta crescendo. Ancora più interessante è il manifatturiero, salito a 52,8, il valore più alto degli ultimi quattro anni. I nuovi ordini hanno registrato la crescita più forte degli ultimi 40 mesi e gli ordini all’esportazione sono tornati ad aumentare.

Questo potrebbe essere uno dei primi segnali di una ripresa più ampia dell’industria europea.

Stati Uniti: l’economia continua a correre, ma l’inflazione non vuole andarsene

Attraversiamo l’Atlantico e troviamo quasi il problema opposto.

L’economia americana continua a mostrare una notevole capacità di resistenza. Ad agosto il settore dei servizi ha registrato la crescita più forte degli ultimi due anni e, secondo gli indicatori PMI, l’attività economica nel terzo trimestre potrebbe accelerare sensibilmente rispetto alla crescita annualizzata dell’1,5% registrata nel secondo trimestre.

Ma proprio questa forza dell’economia contribuisce a mantenere accesa la famosa spia dell’inflazione.

Il PCE, l’indicatore dei prezzi seguito con particolare attenzione dalla Federal Reserve, è aumentato del 3,7% su base annua a luglio, invariato rispetto a giugno e leggermente superiore al 3,6% previsto dagli economisti.

Perché questo numero è così importante?

Perché l’obiettivo della Federal Reserve è intorno al 2%.

Immaginiamo che la Fed sia un medico e l’inflazione la febbre del paziente. Una temperatura del 2% viene considerata normale. Il 3,7% significa che il paziente ha ancora la febbre.

La medicina utilizzata dalla banca centrale sono soprattutto i tassi d’interesse.

Tassi più alti rendono più costosi mutui e finanziamenti. Famiglie e aziende prendono meno denaro in prestito, spendono meno e, lentamente, la domanda diminuisce. Questo dovrebbe raffreddare i prezzi.

Ma la medicina ha un effetto collaterale: se i tassi rimangono troppo alti troppo a lungo, possono frenare eccessivamente l’economia.

Ecco perché ogni nuovo dato americano viene osservato con tanta attenzione dai mercati: gli investitori cercano continuamente di capire quando e quanto la Federal Reserve potrà modificare i tassi.

Petrolio: la geopolitica continua a pesare

A complicare ulteriormente il quadro c’è il petrolio.

Il Brent si muoveva intorno agli 89,56 dollari al barile e il WTI intorno agli 82,98 dollari il 28 agosto, mentre i mercati seguivano gli sviluppi dei rapporti tra Stati Uniti e Iran e i flussi attraverso lo Stretto di Hormuz.

Il petrolio è particolarmente importante perché entra direttamente o indirettamente nel prezzo di moltissime cose: benzina, trasporti, plastica, prodotti chimici, produzione industriale.

Se il petrolio aumenta molto, può quindi trasmettersi nuovamente all’inflazione.

Ed è proprio l’energia che ha contribuito, per esempio, all’accelerazione dell’inflazione francese.

Oro: tutti gli occhi tornano sui tassi

Anche l’oro sta reagendo soprattutto alle aspettative sulla politica monetaria americana. Gli investitori attendono indicazioni dalla Federal Reserve per capire quale potrebbe essere la futura traiettoria dei tassi.

Il collegamento è semplice.

L’oro non paga interessi. Se i titoli di Stato offrono rendimenti molto elevati, detenere oro diventa relativamente meno interessante perché l’investitore rinuncia a un rendimento.

Se invece i mercati pensano che i tassi diminuiranno, questo “costo opportunità” può ridursi e l’oro può diventare relativamente più interessante.

Naturalmente non è l’unico fattore: contano anche inflazione, dollaro, acquisti delle banche centrali e soprattutto la ricerca di sicurezza nei periodi di tensione geopolitica.

Il quadro generale: l’economia migliora, ma le banche centrali non possono ancora rilassarsi

Proviamo adesso a mettere insieme tutti i pezzi del puzzle.

L’Europa sembra mostrare i primi segnali di una ripresa più convincente, soprattutto grazie al miglioramento del manifatturiero e della Germania. L’Italia vede crescere la fiducia delle imprese, anche se l’industria reale continua a mostrare debolezza. La Francia è praticamente ferma, mentre in Spagna l’inflazione è tornata decisamente elevata.

Negli Stati Uniti, invece, il problema non sembra essere la mancanza di crescita. L’economia e soprattutto i servizi continuano a dimostrarsi forti. Il problema è che proprio questa forza convive con un’inflazione PCE ancora al 3,7%, troppo distante dall’obiettivo della Federal Reserve.

Per i mercati finanziari nasce quindi una situazione particolare.

Una crescita economica moderata è generalmente positiva per le azioni perché significa più vendite e potenzialmente più utili per le aziende. Ma un’inflazione troppo elevata può costringere le banche centrali a mantenere i tassi alti, aumentando il costo del denaro e riducendo il valore attuale degli utili futuri.

Per le obbligazioni vale un ragionamento simile: se l’inflazione scende e le banche centrali possono ridurre i tassi, le obbligazioni già emesse a rendimenti più elevati possono diventare più interessanti. Se invece l’inflazione torna a salire e il mercato teme nuovi rialzi dei tassi, soprattutto le obbligazioni a lunga scadenza possono soffrire.

E poi ci sono oro e petrolio, che ricordano agli investitori che oggi non basta osservare PIL e inflazione: la geopolitica è diventata una variabile economica a tutti gli effetti.

Il messaggio che arriva dai dati di agosto è quindi abbastanza chiaro: l’economia mondiale non sembra avviata verso una brusca frenata, ma la battaglia contro l’inflazione non è ancora conclusa.

Dott. Alessandro Pazzaglia, consulente finanziario autonomo, www.pazzagliapartners.it

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