Giornate cinema muto, la Divina Garbo apre la 35^ edizione

PORDENONE – I divi, gli autori, i generi, i kolossal, la sperimentazione, tutto quello che il cinema aveva inventato nei suoi primi decenni di vita, trova spazio nel programma della 35.ma edizione delle Giornate del Cinema Muto che si svolgono a Pordenone da sabato 1 a sabato 8 ottobre.

Ed è proprio l’icona più celebre del cinema (muto ma anche sonoro), la divina per antonomasia, Greta Garbo ad aprire la rassegna con The Mysterious Lady di Fred Niblo, del 1928, in cui l’attrice interpreta uno dei suoi ruoli preferiti, quello di un’affascinante spia.

Diverse scene sono girate in un teatro d’opera di Vienna durante la rappresentazione di Tosca, e la partitura composta da Carl Davis, che lo stesso autore dirigerà a Pordenone, contiene molte citazioni dall’opera di Puccini.

Da sottolineare che l’organico che accompagnerà la proiezione del film è composto da 59 elementi dell’Orchestra San Marco di Pordenone, ed è il numero più alto di musicisti che mai siano stati impegnati in tutte le edizioni del festival.

L’evento inaugurale sarà preceduto dalla proiezione di À propos de Nice di Jean Vigo, che il nuovo direttore delle Giornate, Jay Weissberg, ha fortemente voluto in segno di solidarietà verso la città di Nizza recentemente colpita da un attentato terroristico. La serata di apertura è realizzata con la collaborazione e il fondamentale contributo della Fondazione CRUP.

Se indubbiamente il programma delle Giornate offre le suggestioni più diverse, dovendo individuare il protagonista assoluto dell’edizione 2016, non possiamo non indicare il nome di William Cameron Menzies, regista ma soprattutto scenografo (fu il primo a vincere l’Oscar in questa categoria) attivo a Hollywood fino alla fine degli anni ’40, dopo aver arricchito il suo già prestigioso curriculum con un Oscar speciale nel 1939 “per i risultati straordinari nell’uso del colore, che ha innalzato il livello drammaturgico di Via col vento”.

A Menzies le Giornate dedicano un’ampia retrospettiva curata da James Curtis, autore di uno splendido volume sulla vita e la carriera di Menzies, che lo stesso Curtis presenterà nell’ambito della Jonathan Dennis Lecture, la conferenza che ormai da parecchi anni le Giornate hanno istituito per ricordare la figura e l’opera dello studioso neozelandese che è stato uno degli amici e dei collaboratori più cari della manifestazione.

Nell’ambito della rassegna dedicata a Menzies, va ascritto anche l’evento di chiusura del festival, che ha il sostegno di FriulAdria Crédit Agricole, in programma sabato 8 e replicato domenica 9 ottobre sempre al Teatro Verdi, Il ladro di Bagdad con la regia di Raoul Walsh e l’interpretazione di Douglas Fairbanks.

Il film, ispirato alle Mille e una notte, segna la definitiva e completa affermazione del talento di Menzies, capace a soli 27 anni di conquistarsi la totale fiducia di una delle personalità più potenti dell’industria cinematografica qual era Fairbanks, che pose proprio come condizione della realizzazione del film la partecipazione del giovane scenografo. Il ladro di Bagdad è la straordinaria trasposizione visiva di un orientalismo fantastico che tanta suggestione esercitava in quegli anni sull’arte e sull’immaginario occidentale. Un’attrazione che, ad esempio, Orson Welles non mancava mai di citare, ricordando il tempo in cui bambino fu stregato dalla visione del film.

L’accompagnamento musicale è ancora affidato all’Orchestra San Marco, diretta questa volta da Mark Fitz-Gerald, che ha ricostruito e adattato la riscoperta partitura originale del 1924 di Mortimer Wilson.

Tra gli altri eventi spicca l’appuntamento di metà settimana, mercoledì 5 ottobre, Monte-Cristo (1929) adattamento cinematografico ad opera di Henri Fescourt del romanzo di Alexander Dumas padre.

Una vera e propria maratona della durata di quasi 4 ore, la prima imponente – anche sotto il profilo economico – trasposizione del capolavoro letterario che negli anni a venire ispirerà molte altre volte il cinema. Dopo I miserabili, presentato nella scorsa edizione delle Giornate, Fescourt con Monte-Cristo si conferma regista allo stesso tempo raffinato e popolare, capace di sfrondare elementi della trama non necessari cinematograficamente e di aggiungerne altri che potevano rendere più comprensibile la storia particolarmente complicata per la presenza di tanti personaggi e situazioni.

A ragione, il Monte-Cristo di Fescourt può essere considerato tra le realizzazioni più alte dell’epoca del muto, un film in cui i migliori tecnici ed artisti della scena europea dell’epoca hanno dato il meglio di sé.

Rimanendo in campo letterario, un’altra proposta di grande interesse è la doppia versione cinematografica del romanzo di Emile Zola, Nanà.

Se quella a firma di Jean Renoir del 1926 è la più conosciuta, una riscoperta assoluta è la Nanà italiana del 1917 con la regia di Camillo De Riso, che proviene dalla Cineteca di Buenos Aires. Il film non ci è pervenuto nella sua integrità, ce ne rimane solo un terzo del metraggio totale, quanto basta però per scoprire un’attrice, Tilde Kassay, che ripropone con molta abilità vezzi e atteggiamenti tipici delle dive italiane dell’epoca.

Compreso quel loro modo di esprimere angoscia aggrappandosi alle tende. Il particolare momento storico – era l’anno della disfatta di Caporetto – non era però il momento più opportuno per una storia scabrosa. Così il film ebbe non pochi guai con la censura, venne subito sequestrato e solo nel 1919 e dopo il cambiamento del titolo (da Nanà a Una donna funesta) la decisione fu derubricata.

Rapporto tra cinema e letteratura, nella ricorrenza dei 400 anni della morte di Shakespeare, che ritorna ancora nei tre film interpretati da Francesca Bertini e tratti da altrettante opere del genio di Stratford upon Avon: Il mercante di Venezia, Re Lear e Romeo e Giulietta.

Nella tradizione delle Giornate, il focus sulle cinematografie del mondo quest’anno è puntato sulla Polonia, una delle meno conosciute tra quelle europee essendo andato distrutto durante la seconda guerra mondiale il 90 per cento della produzione prebellica. La retrospettiva che comprende documentari e film di finzione, corto e lungometraggi, testimonia lo sforzo di un paese tornato indipendente solo dal 1918, di costruire una propria industria cinematografica restando comunque aperto alle feconde influenze internazionali.

Meritano senz’altro un nuova opportunità di visione e di rivalutazione, dopo la storica rassegna “Sulla via di Hollywood” del 1988, i lavori di uno dei primi maestri del cinema americano, John H. Collins, vittima a soli 28 anni dell’epidemia influenzale del 1918; e sarà un piacere riscoprire le spassose comiche dello Studio fondato da Al Christie, insieme a Mack Sennett e Hal Roach uno dei nomi più importanti del cinema comico muto americano.

Prosegue anche nel 2016 dopo la felice esperienza dell’anno scorso, l’affascinante viaggio nel tempo nelle grandi metropoli di inizio anni 30 del ‘900 (Buenos Aires, Tokyo, San Paolo del Brasile, Toronto, Budapest, Praga, Vienna e Belgrado) nella seconda parte della rassegna sulle sinfonie delle città.

E c’è anche la Venezia della fine dell’800 nelle prime immagini dei cameramen Lumière, a testimoniare l’amore che il cinema fin dalla sua nascita ha avuto nei confronti della città lagunare. Ancora Venezia è la protagonista del film di Max Reinhardt, il grande innovatore della scena teatrale europea, Notti veneziane, tratto dall’omonima pantomima.




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