INK ovvero di come cavolo siamo riusciti a ridurci così. Speciale Mostra del Cinema di Venezia 2026

Cronache dalla Poltrona

C’è da dire che anche questa volta il buon Danny Boyle ha fatto bingo: ha messo in piedi una sontuosa macchina visiva, dal ritmo postmoderno e dai toni rockeggianti, e ne è uscito un gran bel filmone da ciucciarsi tutto d’un sorso, come una fila di shottini di whisky. Una gran bella apertura per questa 83° edizione della pregiatissima Mostra Internazionale di Arte Cinematografica della Biennale di Venezia che parla di giornali, giornaletti, giornaloni e giornalisti e… di noi.

La storia, tutta vera, fatti realmente accaduti, è praticamente il racconto di come caxxo siamo arrivati fin qui oggi, nel guano quasi totale. Non mi metto neppure a scomodare “La società dello spettacolo” di Guy Debord, perché tanto ormai siamo andati ben pure oltre. Qualcun altro potrebbe spingersi a cianciare e ciancicare brandelli di post-verità, algoritmi, manipolazione, shit-storm, ipersessualizzazione, macchine del fango, bolle cognitive e compagnia cantante. Boyle invece semplicemente torna nella (ancora abbastanza swinging) Londra del 1969, quando i quotidiani inglesi (e quindi quelli di mezzo mondo) erano grigi ma molto documentati e autorevoli, eleganti, noiosi e paludati e però anche tremendamente pieni di sé.

In questa bella palude di saccenza ma anche di informazione di qualità arriva un tale che oggi è alla soglia dei 100 anni: Rupert Murdoch from Australia, la colonia d’oltremare, interpretato da un Guy Pearce bello in forma. Outsider, imprenditore con il fiuto di un lagotto da trifola, uno che molti decenni dopo si ritroverà alla testa di uno dei più giganteschi imperi mediatici del pianeta, Fox News compresa. Si compra The Sun, un quotidiano mezzo morto, e decide di sfondare il sistema. Murdoch è business, editoria, giornalismo e ha una sua personale sensibilità culturale. Insomma, una rara figura capace di coniugare business e cultura, anche se in questo film, forse, è stato agiografato un tantino di troppo.

Per fare il lavoro sporco chiama Larry Lamb, (un Jack O’Connell appassionato e sanguigno) ottimo giornalista rimasto impantanato nelle spocchie dell’establishment della stampa britannica, e lo nomina direttore d’assalto. Lamb raccatta una squadra di tossici di Trainspotting… ah no, scusate una squadra di… giornalisti. Reietti, outsider, incazzati e soprattutto poco rispettosi delle sacre regole di Fleet Street, dove all’epoca stavano praticamente tutti: giornali, redazioni, tipografie e relative consorterie sindacali.

E da lì parte il casino. Dicembre 1969, segnatevi la data, perché comincia un cammino inesorabile che ci porterà (nella migliore delle ipotesi) fino a Dagospia (che gli Dei ce lo preservino!), e nella peggiore a questo scroll infinito, oceano di guano, fango e rumore tossico prodotto oggi da mille siti, giornali, trasmissioni e sedicenti organi d’informazione.

Il fatto è che (spoiler! ma neanche tanto) il sistema escogitato da Lamb e compari funziona alla grande. The Sun arriva a vendere milioni di copie al giorno perché Lamb capisce una cosa semplicissima: basta smettere di dire alla gente cosa dovrebbe leggere e darle invece quello che vuole leggere. Amori, scandali, sport, gossip, cronaca nera, e naturalmente tanta F… cioè la mitologica “Page 3” del Sun, quella con le tipe che mostravano le tettine. Oggi la chiameremmo sofisticatamente “capacità di parlare alla pancia del Paese”. All’epoca bastavano due tette e il dato delle vendite del mattino dopo.

E, pensandoci bene, quello che vediamo oggi è soltanto la Page 3 sotto steroidi digitali. Prima dovevi comprare il giornale, oggi basta un titolo acchiappaclick, un bel paio di chiappe su Instagram, un balletto scemissimo su TikTok e un algoritmo che ha già capito benissimo quanto siamo coglioni e quanto amiamo i gattini.

Ma Ink non è solo questo. Boyle ci restituisce anche il delizioso fascino meravigliosamente antiquato del giornalismo fatto a mano: carta, inchiostro, rotative, ottomila telefoni a filo, ottomila sigarette fumate, redazioni rumorose di ticchettii di telescriventi e macchine da scrivere, titoli e menabò da chiudere e soprattutto qualcuno che alla fine deve assumersi la responsabilità di decidere cosa mettere o non mettere sul giornale. Roba che oggi, nell’epoca del “pubblica subito, vai virale, e magari dopo controlliamo le fonti”, sembra roba da dinosauri.

I due protagonisti Guy Pearce e Jack O’Connell sono magnifici nei loro completi super british, volutamente un po’ fumettistici e sempre sopra le righe, e tutto il film ha proprio il passo dell’avvincente fumettone: musiche stratosferiche, trovate grafiche, effetti ottici, montaggio a mitraglia e il vecchio Danny B. che continua a giocare con la macchina da presa come un ragazzino strafatto di videoclip.

Le quasi due ore volano via allegre. Non sarà il capolavorone definitivo di Boyle, ma chissenefrega: ti diverti un mondo, ti godi la magia del cinema e magari ti viene perfino voglia di ragionare. No pain just fun.

E alla fine del film pensiamo che in Italia per ora ringraziamo gli Dei che esiste quel disgraziato sito (cit.) di Dagospia.it. Poteva andarci molto, ma molto peggio.

E magari ogni tanto, entra in un bar, prendi un bel mokaccino decaffeinato e prendilo in mano e sfoglialo quel cazzo di giornale!

Pasqualino Suppa

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