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lunedì , 23 Febbraio 2026

L’angolo dello psicologo. Loperfido “Il corpo violentato”

Pochi giorni fa, si è diffusa la notizia di uno stupro di gruppo esercitata ai danni di una ragazza di 19 anni. A turno, questi ragazzi hanno violentato sessualmente una giovane donna.

Il dibattito pubblico, che si è subito aperto, verte molto su aspetti come se si tratta di una bravata o meno, visto la giovane età dei ragazzi, sul tipo di educazione che hanno ricevuto i ragazzi, la scuola che non educa abbastanza, da quale famiglia provengono.

A volte si ha la spiacevole sensazione di voler banalizzare o minimizzare l’accaduto, trovando molti motivi per dire che, in fondo, non è accaduto una cosa grave. Invece, a mio parere, ciò che è accaduto, è un fatto gravissimo sia per la vittima sia per i violentatori. Ciò che è importante sapere è che la vita della ragazza violentata porterà per sempre i segni della violenza subita, che la sua identità è stata ferita per sempre.

Nel corso della mia lunga carriera professionale di Psicologo Clinico e Psicoterapeuta, numerose sono state le donne che si sono rivolte a me per essere aiutate dal punto di vista psicologico perché, da bambine o da ragazzine, avevano subito violenza sessuale, violenza esercitata non solo da estranei ma anche da parte di familiari.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce la violenza sessuale come “un atto sessuale non corrisposto, il tentativo di consumare un atto sessuale, commenti o insinuazioni a sfondo sessuale indesiderati o azioni volte a commercializzare o usare la sessualità di una persona tramite coercizione, indipendentemente dalla relazione con la suddetta persona e in qualsiasi contesto, inclusi l’ambiente domestico e quello lavorativo”. Il fattore comune è la mancata volontà della vittima a prestarsi alla situazione.

I danni psicologici che provoca la violenza sessuale sono devastanti. Anche la relazione che la vittima ha con il proprio corpo diventa molto problematica. Spesso, il corpo abusato, maltrattato, viene vissuto come sporco, indegno di essere apprezzato non solo dalla vittima ma anche dagli altri.

Esso è vissuto dalla vittima come impresentabile perché violato, abusato, svilito, deturpato, insudiciato. Non si fida più del suo corpo, delle sensazioni che produce, lo vorrebbe cambiare, modificare, persino uccidere.

Il corpo è il biglietto da visita nelle relazioni con gli altri, è il luogo del pensiero, dei sentimenti, dello spirito, dell’inconscio. L’abuso produce una frattura tra il corpo e gli aspetti psichici e spirituali. Nei casi più gravi, nei confronti del corpo abusato la vittima prova repulsione, odio, ribrezzo; l’abusata avverte il proprio corpo come se non fosse più suo, come se fosse un oggetto che appartiene ormai a chi l’ha violentata, lo percepisce come estrano a sé stessa. A seguito dell’abuso sessuale i confini del pudore vengono abbattuti.

La vittima si sente vulnerabile, avverte la sgradevole e penosa sensazione che il suo corpo è occupato da qualcosa o da qualcun altro, esposto alle azioni perverse, alla vista e al tatto altrui.

Per questi motivi, spesso cerca di non sentirlo proprio, di non fargli provare emozioni gradevoli, arrivando fino al punto di punirlo con gesti autolesivi o non curandolo affatto. Per anni continuerà a rivivere quel devastante episodio, sia di giorno che di notte, sia da sveglia sia mentre dorme, sentendosi dentro l’abuso. Per anni, se non per sempre, si sentirà in colpa per non essere stata capace di evitare il fatto.

I flashback la porteranno a rivivere le immagini dell’evento che, a volte, non sono immagini ma sensazioni, quindi odori, profumi, suoni, in psicologia chiamati trigger, uno stimolo che richiama una precedente esperienza traumatica. Poi si presenterà il disturbo del sonno, che non è altro il tentativo di lasciar andare il controllo, di abbandonarsi, perché non viene facile in un corpo abusato.

Spesso, se non sempre, durante la violenza, la vittima vive un processo di dissociazione, non riesce più a muovere la testa, a non sentire più le gambe né i piedi, a non sentire più il corpo, va in completo freezing (congelamento). Questo meccanismo di difesa viene letto dai violentatori e da chi li sostiene come comportamento di assenso da parte della vittima.

Penseranno ancora di più in questa direzione quando vedranno che la ragazza, dopo qualche tempo, riprenderà a vivere come prima o, meglio, di prima, si spera, ma solo in apparenza, perché dentro rimarrà una donna brutalmente ferita, una donna che farà fatica a fidarsi del suo corpo, degli altri in generale e degli amici in particolare.

Antonio Loperfido, psicologo e psicoterapeuta

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