Powell delude Wall Street, indici e commodities giù, tassi ancora in salita

MERCATO AZIONARIO

Le dinamiche di borsa delle ultime settimane confermano il periodo di profonda incertezza che gli indici azionari stanno attraversando, con gli operatori impegnati nella fase di valutazione di un contesto dove appare difficile incastrare tutti i pezzi del ‘puzzle’ finanziario. Lo dimostra la settimana appena trascorsa, con un MSCI World che chiude in negativo (-2,6%) ma anche con dei tentativi di sortita verso l’alto poi vanificati. È mancata ancora quella reazione che sarebbe stata auspicabile dopo alcune ottave di debolezza. Del rally vissuto tra metà marzo e inizio aprile è rimasto ormai ben poco: una risalita che ha permesso di abbellire il primo trimestre dell’anno ma che poi ha lasciato il posto a nuovi elementi di debolezza, in particolare per alcuni segmenti di mercato che hanno patito maggiormente. Il paragone più ottimistico per definire l’attuale configurazione degli indici appare quindi quello del ‘limbo’, con un azionario timoroso nel tentativo di annullare la discesa di inizio anno ma ancora in forze per sostenersi entro certi livelli di sicurezza. In altre view invece meno bonarie, si può già parlare di una tendenza che sta via via degradandosi sempre di più.

Il contesto generale per l’azionario USA rimane improntato alla doppia valutazione sulle condizioni economiche generali e sulle politiche che le banche centrali stanno per approntare per gestire la fase inflazionistica. Quella che sembrava prefigurarsi come una settimana di recupero per l’indice S&P 500 si è poi rivelato un nulla di fatto dopo le dichiarazioni del presidente della Fed Jerome Powell, dalla cui bocca non è uscito nulla di dolce per Wall Street, anzi. Una prima sortita di recupero era già stata già tentata dall’S&P ad inizio aprile verso i 4.600 punti, ma l’impeto si è sciolto come neve al sole. Con i livelli dei tassi in forte ascesa, difficile pensare ad un azionario che si rivaluta, visto l’inevitabile ridimensionamento dei multipli di valutazione. Il nuovo tentativo di recupero verso quota 4.500 si è nuovamente tradotto in uno stop, con le prime trimestrali dell’anno e le dichiarazioni della Fed a fare da sfondo. I close weekly sono in rosso sia per l’S&P 500 (-2,7% sotto la soglia chiave dei 4.400 punti) sia per il Nasdaq 100 (-3,8%).

Sul piano degli utili, restano valide le considerazioni fatte già nelle scorse settimane: gli analisti restano tutto sommato ottimisti per l’anno in corso, con un S&P 500 che dovrebbe crescere nei risultati aziendali nonostante il complicato contesto derivante dagli alti livelli di inflazione e dal conflitto bellico in corso ponga effettivamente qualche lecito interrogativo. Le trimestrali uscite finora hanno sono state discrete per il settore finanziario, mentre lato tech stanno emergendo più ombre che luci. Una “lettera” dei FAANG (Netflix) ha infatti subito una debacle non da poco, per la prima volta evidenziando difficoltà nel mantenere il proprio trend di crescita. Un segnale probabilmente che c’è una oggettiva difficoltà per alcuni player del mondo tech di restare sulla cresta dell’onda: non tutte le società potranno essere vincenti in un mondo così ultra-competitivo. Sul piano macro il FMI ha evidenziato i rischi recessivi che incombono principalmente sull’Eurozona ma il rallentamento (a causa dell’attuale contesto) riguarderà tutta l’economia globale.

Per quanto riguarda gli altri mercati, quasi invariata la zona Euro (-0,1%) che è riuscita ad evitare i downside legati ai comparti a maggior crescita attesa. Tra gli emergenti (-3,3%), segnali di debolezza, in particolare per l’area asiatica dove la Cina continua a soffrire per le conseguenze dei lockdown. Tra i settori i cali sono generalizzati ma difensivi come i Consumer Staples hanno saputo meglio resistere. I titoli value e dividend, infine, confermano l’overperforming rispetto allo stile Growth. Ciò che di nuovo si è notato in chiusura d’ottava è le negatività generalizzata su diversi comparti, segno di un mercato ancora febbricitante.

MATERIE PRIME

Uno stop nel trend delle materie prime: la nettezza della Fed deprime anche le commodities, in calo su tutte le tipologie. Il petrolio 4,6%) torna verso quota 100$ e anche l’oro perde la tonicità delle ultime settimane (-2,4% a 1.930). Negativi anche i metalli industriali mentre tengono meglio le materie prime agricole.

MERCATO OBBLIGAZIONARIO

Per quanto riguarda l’ambito obbligazionario, il contesto continua ad essere particolarmente ostico per gli investitori, con un’altra settimana negativa, in primo luogo, per il comparto dei governativi. Nessuna eccezione in termini di aree geografica: tanto nell’area Dollaro che in quella Euro, la risalita dei rendimenti continua a picchiare duro sulle performance year to date del segmento governativo. Il movimento globale è frutto di un posizionamento ormai dichiaratamente ‘hawkish’ da parte di tutte le banche centrali, le quali, con tempistiche e ‘wording’ diversi si sono ormai posizionate per gestire la fase inflazionistica e, contemporaneamente, tornare su politiche monetarie meno ‘da emergenza’ ma anche meno accomodanti rispetto a quelle degli ultimi anni. Il risultato è un set di segni meno che sfiorano la doppia cifra da inizio anno per le scadenze medio lunghe, ma ormai anche su quelle brevi gli effetti cominciano a farsi sentire.

Negli Stati Uniti il Treasury americano a 10 anni ha continuato a scalare la vetta dei rendimenti: dopo la rottura di area 2% ad inizio marzo, sostanzialmente la salita è stata continua, con pochissime pause di ‘riflessione’. Nelle ultime sedute la bandierina è stata ormai posta appena sotto quota 3%, dove le quotazioni stanno sostando nelle ultimissime sedute. A dare benzina e a sostenere livelli di yield così elevati (almeno se raffrontati a quelli di 12 o 24 mesi fa) sono intervenute le parole del governatore Powell, il quale si è dimostrato piuttosto netto nel ribadire l’estrema necessità di ripristinare la stabilità dei prezzi. Che questo venga fatto per sradicare l’inflazione (con il lecito dubbio che vi sia questa relazione azione/effetto) o per sfruttare il momento per crearsi un tesoretto per tempi economici più duri, questo poco importa. La Fed pare intenzionata ad andare dritta per la sua strada e Powell anzi ha chiarito che questo percorso verrà realizzato in maniera molto più veloce che in passato. Tradotto: nei prossimi meeting aspettatevi anche doppi aumenti, a cominciare da maggio dove il mercato stima già 50 bps di inasprimento.

Appare impressionante, comunque, l’impennata subita dai rialzi della Fed stimati dal mercato: il grafico per i prossimi meeting vede in particolare una fase centrale dell’anno colma di interventi restrittivi. A titolo di esempio, entro luglio si stimano 6 interventi da 0,25%, un 1,5% da farsi nei meeting di primavera e inizio estate. Facile quindi capire come mai l’equity debba digerire queste prese di posizioni e come mai poi risulti facile vedere comportamenti simmetrici nella zona Euro, sia nei numeri, sia nelle dichiarazioni dei vertici di politica monetaria. La Presidente Lagarde è stata anch’essa chiara (forse ben più di altre volte): la probabilità di un rialzo tassi da parte della BCE nel 2022 è forte, il che fa pensare ad una accelerazione anche da parte di Francoforte nella politica monetaria. D’altro canto, la guerra in Ucraina non sembra vedere sbocchi immediati e l’inflazione in circolazione potrà forse assestarsi, ma rimanendo su livelli elevati. Che poi si traduca in un rallentamento economico sembra una tesi ovvia, ma evidentemente non altrettanto per i policy makers (di politica monetaria e non). Nella zona Euro il Bund è ormai prossimo all’1% di rendimento, mentre i BTP hanno superato in volata area 2,60%.

Tra gli altri segmenti di mercato, ancora molto debole il corporate (sale il free risk rate ma risale anche il rischio di credito), sia in ambito Investment grade, sia High Yield. Deboli gli emergenti mentre si salvano solo gli inflation US per via del nuovo aumento delle aspettative di inflazione.

MERCATO DELLE VALUTE

Per quanto riguarda i cross valutari, stabile il cross Euro-Dollaro USA (1,08). Un pareggiamento di forze che deriva alle posizioni simmetricamente restrittive di BCE e FED. L’Euro guadagna posizioni in realtà su tutte le valute ad eccezione del Rublo che rimane molto forte. In calo le cripto che invertono la positività settimanale con chiusure poi negative (Bitcoin -1,9%).

Dott. Alessandro Pazzaglia, Consulente Finanziario Indipendente, iscritto all’Albo delibera. 1081 del 18/04/2019. Info mail [email protected]

 




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