Economia globale a due velocità: il lavoro USA rallenta, mentre industria e servizi mostrano segnali di tenuta

I dati macroeconomici di inizio agosto restituiscono un quadro meno lineare di quanto possa apparire: il mercato del lavoro americano mostra evidenti segnali di raffreddamento, mentre manifattura e servizi continuano a sostenere l’attività economica. In Europa emergono segnali di recupero, soprattutto dalla Germania, mentre la Cina continua a trovare nelle esportazioni uno dei principali motori della propria economia. Sui mercati, il rallentamento dell’occupazione americana ha immediatamente riacceso il dibattito sulle prossime mosse della Federal Reserve.

Il dato che più di tutti ha attirato l’attenzione degli investitori arriva dagli Stati Uniti. A luglio l’economia americana ha perso 23.000 posti di lavoro non agricoli, contro aspettative che indicavano un incremento di circa 80.000 unità. A rendere il quadro ancora più debole sono state le revisioni dei mesi precedenti: maggio e giugno sono stati complessivamente rivisti al ribasso di 103.000 posti di lavoro. (Reuters)

Apparentemente sorprendente è invece la diminuzione del tasso di disoccupazione, passato dal 4,2% al 4,1%. Il dato, tuttavia, va interpretato con attenzione: circa 264.000 persone sono uscite dalla forza lavoro, facendo scendere il tasso di partecipazione al 61,4%, il livello più basso degli ultimi cinque anni e mezzo. (Reuters)

Il messaggio proveniente dal mercato del lavoro americano è quindi più debole di quanto il semplice dato sulla disoccupazione possa suggerire. Anche la composizione dell’occupazione evidenzia alcune fragilità: a luglio sono diminuiti gli addetti nell’istruzione pubblica locale, nel commercio al dettaglio e nelle attività finanziarie, mentre il settore sanitario ha continuato a creare occupazione. (Reuters)

Non siamo però di fronte a un’economia americana uniformemente in rallentamento. Ed è probabilmente questo l’elemento più interessante dell’attuale fase congiunturale.

Il settore dei servizi statunitense continua infatti a espandersi a un ritmo sostenuto, mentre gli indicatori manifatturieri di luglio hanno mostrato un’accelerazione dell’attività. Anche il precedente rapporto ADP aveva segnalato un aumento, seppure moderato, dell’occupazione privata. Si sta quindi delineando un’economia nella quale produzione e domanda mostrano ancora capacità di tenuta, mentre le imprese sembrano diventare decisamente più prudenti nelle politiche di assunzione.

Questa divergenza sarà particolarmente importante per la Federal Reserve. Prima della pubblicazione dei payroll il mercato continuava a interrogarsi sulla possibilità di un ulteriore irrigidimento monetario. Dopo il dato sul lavoro, questa prospettiva si è ridimensionata sensibilmente: secondo Reuters, la probabilità attribuita dal mercato a un rialzo dei tassi a settembre è scesa intorno al 44%. (Reuters)

La reazione del mercato obbligazionario è stata immediata. Il rendimento del Treasury americano a due anni, particolarmente sensibile alle aspettative sulla politica monetaria, è sceso dal massimo intraday del 4,252% verso il 4,16%. Il decennale è arretrato verso il 4,61%, mentre anche il trentennale ha beneficiato degli acquisti.

Il movimento è coerente con una lettura molto semplice: un mercato del lavoro meno forte riduce la pressione sulla Federal Reserve affinché mantenga una politica monetaria particolarmente restrittiva. Molto dipenderà, naturalmente, dai prossimi dati sull’inflazione: un ritorno delle pressioni sui prezzi potrebbe modificare nuovamente le aspettative.

Europa: qualche segnale di risveglio dell’industria

Se dagli Stati Uniti arriva un segnale di raffreddamento dell’occupazione, dall’Europa stanno emergendo indicazioni leggermente più incoraggianti sul fronte produttivo.

La Germania, dopo una lunga fase di debolezza industriale, sta mostrando alcuni segnali di recupero. Gli ordini industriali tedeschi sono aumentati a giugno del 3,1% rispetto al mese precedente, superando le attese. Anche la produzione industriale ha sorpreso positivamente, sostenuta in particolare dal settore automobilistico. (Reuters)

Si tratta di dati importanti perché proprio l’industria tedesca è stata uno dei principali punti deboli dell’economia europea negli ultimi anni. È ancora presto per parlare di una vera inversione strutturale, ma il miglioramento degli ordini e della produzione suggerisce che la fase più difficile potrebbe progressivamente attenuarsi.

Il quadro europeo rimane comunque eterogeneo.

A luglio la produzione manifatturiera dell’Eurozona è cresciuta al ritmo più rapido da marzo 2022, ma dietro il dato aggregato persistono profonde differenze nazionali. La Germania ha registrato un’accelerazione significativa, la Spagna una crescita marginale, mentre in Italia la crescita manifatturiera ha perso slancio a causa della debolezza dei nuovi ordini. La Francia continua invece a mostrare condizioni più difficili, con produzione e nuovi ordini ancora in contrazione.

Sul fronte dei servizi la situazione appare più favorevole. In Italia il settore dei servizi ha continuato a crescere a luglio, beneficiando anche di un allentamento delle pressioni sui costi. Più in generale, nell’Eurozona la ripresa dei servizi ha sostenuto l’attività economica complessiva, anche se le tensioni geopolitiche legate al Medio Oriente continuano a rappresentare un elemento di incertezza.

Il quadro europeo sembra quindi progressivamente cambiare: i servizi rimangono il principale sostegno alla crescita, ma iniziano ad arrivare segnali di stabilizzazione anche dalla manifattura.

Cina: ancora una volta sono le esportazioni a sostenere l’economia

Dalla Cina arriva invece un dato commerciale migliore delle attese. A luglio la bilancia commerciale cinese ha registrato un surplus superiore alle previsioni, grazie soprattutto alla dinamica delle esportazioni.

Il dato conferma quanto il commercio internazionale continui a rappresentare un’importante fonte di crescita per Pechino. Allo stesso tempo, però, una maggiore dipendenza dalla domanda estera rende l’economia cinese particolarmente sensibile all’evoluzione delle tensioni commerciali internazionali e alla crescita delle principali economie mondiali.

Il risultato cinese deve quindi essere letto insieme all’andamento della domanda globale: un eventuale rallentamento significativo degli Stati Uniti o dell’Europa potrebbe inevitabilmente riflettersi sulle esportazioni asiatiche.

Oro, obbligazioni e petrolio: i mercati cercano protezione

La combinazione tra rallentamento del mercato del lavoro americano e incertezza geopolitica sta influenzando anche le principali asset class.

L’oro si è avvicinato ai massimi delle ultime sette settimane, sostenuto sia dal calo dei rendimenti obbligazionari sia dalla ricerca di protezione da parte degli investitori. Il metallo prezioso beneficia infatti normalmente di rendimenti reali attesi più bassi e di una maggiore percezione del rischio.

Anche il mercato obbligazionario americano ha reagito positivamente ai payroll, con acquisti lungo tutta la curva dei Treasury.

Sul fronte energetico, invece, il petrolio rimane estremamente sensibile alle notizie provenienti dal Medio Oriente e in particolare alla situazione dello Stretto di Hormuz. Le aspettative circa una possibile normalizzazione dei transiti hanno provocato oscillazioni significative dei prezzi, confermando quanto il rischio geopolitico continui a rappresentare una variabile fondamentale per inflazione e mercati finanziari.

Un equilibrio sempre più delicato

Mettendo insieme i diversi indicatori emerge un’economia mondiale che, almeno per il momento, non sembra avviata verso una recessione generalizzata, ma che presenta equilibri sempre più delicati.

Negli Stati Uniti il problema si sta spostando progressivamente dall’inflazione alla tenuta del mercato del lavoro. In Europa i servizi continuano a sostenere l’attività mentre dalla manifattura arrivano finalmente alcuni segnali di miglioramento. La Germania potrebbe essere all’inizio di una fase di stabilizzazione industriale, mentre Cina e altre economie asiatiche continuano a beneficiare della domanda internazionale.

Per gli investitori questo scenario suggerisce soprattutto una cosa: la lettura dei singoli dati macroeconomici diventa meno importante della loro interazione.

Un mercato del lavoro americano più debole può essere negativo per le prospettive economiche, ma allo stesso tempo favorevole ai mercati obbligazionari perché riduce le probabilità di nuovi rialzi dei tassi. Una ripresa manifatturiera europea è positiva per la crescita, ma potrebbe diventare meno favorevole per le obbligazioni qualora riaccendesse le pressioni inflazionistiche. Allo stesso modo, il petrolio rimane una variabile capace di modificare rapidamente le aspettative sull’inflazione.

Le prossime settimane saranno quindi decisive. Inflazione americana, mercato del lavoro e decisioni delle banche centrali determineranno se il rallentamento osservato negli Stati Uniti rappresenta semplicemente una normalizzazione dopo anni di forte crescita oppure l’inizio di una fase economica più debole.

Per ora il quadro rimane quello di una crescita globale ancora presente, ma molto meno uniforme: l’America rallenta sul lavoro, l’Europa prova a riaccendere i motori dell’industria e l’Asia continua a puntare sulle esportazioni. I mercati, nel frattempo, iniziano nuovamente a guardare alle banche centrali.

Dott. Alessandro Pazzaglia, consulente finanziario autonomo, www.pazzagliapartners.it

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