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venerdì , 16 Gennaio 2026

Mercati sotto pressione: Wall Street rallenta, l’oro vola e la politica torna a pesare sulla finanza

Dopo mesi di rialzi quasi ininterrotti, i mercati finanziari globali stanno mostrando i primi segnali di affaticamento. Wall Street frena dai massimi storici, mentre l’oro aggiorna nuovi record e le materie prime tornano protagoniste. A pesare non sono solo i dati economici, ma soprattutto un mix sempre più delicato di tensioni geopolitiche, scontri istituzionali e incertezze sulla politica monetaria americana.

Negli Stati Uniti l’attenzione degli investitori si è spostata rapidamente dal ciclo degli utili aziendali – finora solido ma privo di sorprese eclatanti – allo scontro sempre più acceso tra la Casa Bianca e la Federal Reserve. Gli attacchi diretti del presidente Trump al governatore Jerome Powell, accusato di immobilismo sui tassi, hanno riaperto un tema che i mercati considerano sensibile: l’indipendenza della banca centrale. Non a caso, le reazioni più evidenti non si sono viste sull’azionario, che per ora tiene, ma su oro, obbligazioni e dollaro.

Il metallo giallo ha superato stabilmente quota 4.600 dollari l’oncia, mentre l’argento ha messo a segno movimenti ancora più violenti. Non è solo una scommessa speculativa: l’oro torna a svolgere il suo ruolo storico di bene rifugio in un contesto in cui la fiducia nella stabilità istituzionale americana viene messa in discussione. Parallelamente, i rendimenti dei titoli di Stato Usa mostrano una dinamica particolare: i tassi a breve restano relativamente stabili, mentre quelli a lungo termine faticano a scendere, segnalando che i grandi investitori continuano a temere inflazione, debito pubblico elevato e interferenze politiche sulla politica monetaria.

Sul fronte macroeconomico, il quadro appare meno allarmante di quanto il rumore politico lasci intendere. L’inflazione statunitense si è attestata al 2,7%, confermando un percorso di rientro graduale ma non ancora sufficiente per giustificare tagli aggressivi dei tassi. Il mercato del lavoro rallenta, ma senza segnali di crisi, e la crescita resta sostenuta, anche grazie alla produttività. È proprio questa combinazione – economia che regge, ma contesto istituzionale instabile – a rendere la fase attuale particolarmente complessa da interpretare.

A complicare ulteriormente lo scenario interviene la geopolitica. Le tensioni in Medio Oriente, il rischio di escalation con l’Iran, la guerra in Ucraina e il ritorno del Venezuela al centro delle strategie energetiche statunitensi hanno riacceso l’attenzione sul petrolio, che ha recuperato terreno dopo un 2025 debole. Anche qui il messaggio dei mercati è chiaro: il rischio geopolitico viene nuovamente prezzato, dopo mesi di apparente assuefazione.

In Europa, per ora, la situazione appare più composta. I listini tengono, i rendimenti obbligazionari sono in lieve rientro e la Banca Centrale Europea sembra orientata a una lunga fase di pausa. Tuttavia, il Vecchio Continente resta esposto alle dinamiche globali: se l’instabilità americana dovesse tradursi in maggiore volatilità finanziaria o in nuove fiammate inflazionistiche, anche l’Europa difficilmente resterebbe immune.

Il messaggio che arriva dai mercati è meno drammatico di quanto possa sembrare, ma inequivocabile: dopo anni in cui la liquidità e la crescita hanno sostenuto quasi tutto, il 2026 si apre come un anno in cui torneranno centrali la credibilità delle istituzioni, la gestione del debito e la capacità della politica di non interferire con gli equilibri economici. In questo contesto, la corsa dell’oro non è solo un record di prezzo, ma un segnale.

Dott. Alessandro Pazzaglia, consulente finanziario autonomo, www.pazzagliapartners.it

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