Duran Duran a Villa Manin: il concerto che ci ha fatto ritrovare il teenager che siamo stati

PASSARIANO – E’ sabato 11 luglio e i Duran Duran si esibiscono nella bellissima cornice di Villa Manin (ud):il sogno di vedere Simon, Nick, John & company si realizza per tutta quella generazione che negli anni’80 era un po’ troppo piccola e avrebbe fatto carte false per essere in prima fila a cantare “The wild boys” o “Save a Prayer” e avrebbero preso in faccia tutta l’onda del video di “The Reflex” e sarebbe andata a piedi sull’isola a ballare Rio…

Intanto si comincia con un cielo plumbeo, la pioggia attira ombrelli e k-way.
C’è da chiedersi se un sogno che si realizza trent’anni dopo abbia lo stesso impatto emozionale…

Probabilmente il pathos è calmierato dalla maturità che prima o poi porta equilibrio, rimane la consapevolezza di aver fatto un bellissimo pezzo di strada assieme, di aver cantato e sognato in grande. Si’ perché nell’isteria collettiva di quegli anni c’è stata la convinzione di appartenere ad un movimento planetario legato da un punto comune che era la Musica. Gli strumenti appartenevano a dei giovani ragazzi che erano diventati idoli prima ancora di rendersene conto e in Italia avevano trovato un clamore inaspettato. Ora tutti, fans e idoli, si trovano con qualche anno in più ma con la stessa voglia di intonare le canzoni che hanno fatto da colonna sonora a tanti momenti.

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Ecco che si parte con “Please, please tell me now…” che è il grido della “Is there something I shoud know?”…che sfonda una porta aperta e fa alzare tutti in piedi a ballare come se il tempo non fosse mai passato. La seconda canzone in scaletta è The Wild boys ed è un rullo di batteria magistrale di Roger Taylor a mettere tutti sull’attenti. Seguono a ruota A view to a kill, colonna sonora di 007, e Hungry like the wolf, per passare a Invisible e puntare in alto con the Reflex.

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Con Ordinary word Simon interrompe la sua maratona per invocare al mondo una preghiera di pace e di libertà. Poi Come undone e Notorius fa alzare i telefonini…con The Chauffeur succede qualcosa tipo effetto-domino: vacilla la certezza di tenere a bada la nostalgia, il suono di un flauto magico rimbalza tutti al passato.

Free to love e Planet Earth incantano sullo schermo come sul palco, i Duran Duran sono energia incontenibile. Save a prayer è l’inizio dei saluti, su invito di accendere le torce del telefono, diventiamo tutti un puntino luminoso della stessa galassia. Poi compare l’immagine di Rio, album dalle linee decise, e il giro di note è contagioso.

L’ emozione vera di questo concerto è proprio quella di ritrovarsi a ballare vicino a quella o quel “teenager” che siamo stati, e sapere che la nostra presenza ha toccato anche le corde di chi sul palco ha capito che stava capitando qualcosa di unico e irripetibile. Il grazie commosso della band va tutto a quella piccola teenager degli anni’80.

E poco importa se non abbiamo sposato Simon Le Bon o siamo diventati dei musicisti come John, Nick o Roger, siamo comunque arrivati fin qui.

Claudia Delli Zotti

Foto di Simone Di Luca.

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