L’inflazione torna al centro dell’attenzione dei mercati finanziari e costringe le principali banche centrali a mantenere un atteggiamento prudente. Il forte aumento dei prezzi dell’energia, legato alle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, sta infatti modificando rapidamente uno scenario che fino a poche settimane fa sembrava orientato verso una maggiore stabilità dei tassi di interesse. Nell’Eurozona l’inflazione è salita al 3,2% annuo ad agosto, leggermente meno del 3,3% inizialmente stimato, ma ancora decisamente superiore all’obiettivo del 2% della Banca Centrale Europea. L’inflazione di fondo, depurata dalle componenti più volatili come energia e alimentari freschi, si è invece attestata al 2,1%, mostrando come una parte importante delle nuove pressioni sui prezzi provenga proprio dall’energia. La BCE, che ha già aumentato i tassi due volte nel corso dell’anno, invita però a non trarre conclusioni affrettate: l’andamento di petrolio e gas sarà importante, ma le prossime decisioni dovranno tenere conto anche della crescita economica, dei salari e dell’evoluzione complessiva dei prezzi. Dalla Germania arrivano segnali particolarmente significativi: i prezzi all’ingrosso sono aumentati del 6,8% rispetto a un anno fa, il ritmo più elevato da oltre tre anni, con i prodotti petroliferi in crescita del 36,1%. Il morale degli investitori tedeschi è migliorato a settembre, ma meno delle attese, confermando una situazione nella quale inflazione e crescita economica continuano a muoversi in direzioni poco favorevoli. Anche all’interno dell’Eurozona le differenze restano marcate: l’inflazione armonizzata ha raggiunto il 4,6% in Spagna, mentre in Francia si è fermata al 2,6%, leggermente sotto la stima iniziale. Dall’Italia arriva invece una notizia positiva sul fronte del commercio internazionale: a luglio il surplus commerciale è salito a 8,24 miliardi di euro dai 7,83 miliardi dello stesso mese del 2025, con esportazioni in crescita del 4,7% su base annua, sostenute soprattutto dalle vendite verso i mercati extra UE. Negli Stati Uniti l’inflazione di agosto ha mostrato una nuova accelerazione e anche i prezzi delle importazioni sono aumentati, mentre le vendite al dettaglio hanno evidenziato una buona tenuta dei consumi. In questo contesto la Federal Reserve questa settimana ha aumentato i tassi di 25 punti base, portandoli nell’intervallo 3,75%-4%, il primo rialzo da tre anni, segnalando che la lotta all’inflazione non può ancora considerarsi conclusa. Anche la Banca d’Inghilterra ha mantenuto i tassi al 3,75%, ma tre membri su nove avrebbero preferito portarli al 4% e il governatore Andrew Bailey ha avvertito che un prolungato aumento dei costi energetici potrebbe rendere necessario un ulteriore irrigidimento della politica monetaria. La settimana si è chiusa con un’altra decisione importante proveniente dal Giappone: la Bank of Japan ha aumentato il tasso dall’1% all’1,25%, il livello più elevato degli ultimi 31 anni, proseguendo il graduale abbandono della politica monetaria ultra-espansiva che aveva caratterizzato il Paese per decenni. L’inflazione giapponese complessiva è rimasta all’1,9% ad agosto, mentre quella core è scesa all’1,7%, ma la banca centrale teme che l’aumento dei costi energetici possa riaccendere le pressioni sui prezzi nei prossimi mesi. Sui mercati finanziari è stata quindi una settimana molto volatile. A Wall Street, sulla base delle chiusure di giovedì, l’S&P 500 perdeva circa lo 0,3% da inizio settimana e il Dow Jones circa l’1,5%, mentre il Nasdaq riusciva a mantenere un leggero progresso dello 0,3%, grazie al recupero dei titoli tecnologici nelle ultime sedute. In Europa lo STOXX 600 si avvia invece verso il primo rialzo settimanale dopo due settimane negative, nonostante la debolezza registrata venerdì. La volatilità maggiore si è vista però sul mercato obbligazionario e sulle materie prime. Il rendimento del Treasury americano a dieci anni ha superato temporaneamente il 5%, tornando su livelli che non si vedevano dal 2007, per poi ridiscendere verso il 4,9%. Il petrolio Brent, dopo essersi spinto nel corso della settimana vicino ai 110 dollari al barile per i timori sulle forniture dal Medio Oriente, è successivamente tornato verso quota 102-103 dollari, rimanendo comunque su livelli molto elevati. L’oro, dopo essere sceso in seguito al rialzo dei tassi della Federal Reserve, ha recuperato con forza e si avvia verso il primo rialzo settimanale dopo tre settimane consecutive di flessione, tornando sopra i 4.300 dollari l’oncia. Anche Bitcoin ha attraversato una settimana volatile, muovendosi nell’area compresa tra 77.000 e 79.000 dollari e risentendo dell’aumento dei rendimenti obbligazionari e della maggiore avversione al rischio. Il messaggio che arriva dai mercati è quindi abbastanza chiaro: il ritorno delle pressioni inflazionistiche legate all’energia sta rendendo più difficile il lavoro delle banche centrali. Dopo anni nei quali gli investitori hanno guardato soprattutto alla possibilità di riduzioni dei tassi, il tema è nuovamente diventato quanto a lungo i tassi dovranno rimanere elevati e se saranno necessari ulteriori rialzi. Molto dipenderà dall’evoluzione del prezzo del petrolio e dalla durata delle tensioni geopolitiche, perché un’energia stabilmente più cara potrebbe tradursi progressivamente in maggiori costi per imprese e famiglie e, di conseguenza, in un’inflazione più persistente.
Dott. Alessandro Pazzaglia consulente finanziario autonomo, www.pazzagliapartners.it
