PORDENONE – «Sono davvero onorata e felice di essere qui, in un luogo nel quale non soltanto si celebra la libertà, ma si costruiscono gli strumenti perché la libertà possa continuare a esistere». È con queste parole che si apre a pordenonelegge l’incontro dedicato ad Anna Politkovskaja, la giornalista russa assassinata a Mosca il 7 ottobre 2006, raccontata dalla figlia nel libro Una madre. La vita e la passione per la verità.
A intervistarla è l’europarlamentare Pina Picierno, in un dialogo che parte dalla figura della madre per arrivare alla Russia contemporanea, alla guerra in Ucraina e alla responsabilità delle democrazie.
«Viviamo un tempo fragile e complesso – sottolinea Picierno – nel quale il confine tra pace e guerra diventa sempre più sottile. Ragionare oggi di libertà e democrazia non significa parlare di concetti astratti: significa parlare di questioni che hanno un impatto diretto sulla sicurezza del nostro continente».
La libertà e la democrazia, aggiunge, «esistono e sopravvivono perché ci sono uomini e donne che rifiutano di adattarsi alla menzogna e alla paura».
Secondo Picierno, proprio per questo è importante che le istituzioni democratiche e i cittadini sappiano «riconoscere, sostenere e anche educare alla resistenza e alla lotta delle persone che continuano a credere e a difendere la democrazia e la libertà». Un compito che, osserva, pordenonelegge interpreta «con autorevolezza e con forza».
«Mia madre non era una giornalista popolare»
La prima domanda riguarda una delle riflessioni contenute nel libro: Anna Politkovskaja viene descritta come una donna ancora oggi molto citata e considerata un simbolo. Ma quanto era conosciuta realmente in Russia quando era in vita?
«Mia mamma non era molto conosciuta nemmeno da viva», risponde la figlia. «Il suo lavoro era accessibile a chiunque, ma non era una giornalista popolare. Dopo che è stata uccisa, vent’anni fa, il suo nome è diventato naturalmente più famoso. In Russia si è parlato molto dell’assassinio, dell’indagine e del processo, ma devo riconoscere che mia madre non era una giornalista particolarmente riconosciuta in Russia e, purtroppo, non lo è diventata neanche dopo la sua morte».
Nel libro la figlia definisce la madre «una persona scomoda», non soltanto per le autorità russe, ma anche per quella parte della società che poteva leggere i suoi articoli.
Era ed è così radicata in Russia la paura nei confronti del potere?
«Sì, è proprio così. E tutto quello che è accaduto in Russia negli ultimi anni non fa che accrescere questa paura. Le notizie tragiche e gli assassinii sono la prosecuzione di un meccanismo che continua a infondere paura. È proprio una politica del potere».
«Se fosse qui, continuerebbe a cercare la verità»
Che cosa farebbe oggi Anna Politkovskaja se fosse ancora viva?
«Non conosco la risposta a questa domanda. Ma conoscendo la persona che era, probabilmente continuerebbe a cercare di fare quello che faceva quando era viva: cercare di attirare l’attenzione sui problemi che considerava importanti».
E se dovesse rivolgere oggi un messaggio ai cittadini europei?
La risposta arriva netta: «Ascoltate e cercate di sapere cosa sta accadendo».
È una frase che racchiude anche il senso dell’eredità della giornalista: la ricerca della verità come responsabilità individuale e civile.
La memoria del 7 ottobre
Nel corso dell’incontro emerge anche il dolore privato della famiglia. La figlia racconta di aver iniziato a ricordare pubblicamente l’anniversario dell’assassinio quando sua figlia era abbastanza grande da comprendere cosa significasse per la famiglia quel 7 ottobre.
Sul tema della memoria torna anche la questione della targa dedicata alla giornalista a Mosca, più volte danneggiata.
«Nel centro di Mosca ci sono moltissime telecamere e quindi probabilmente non sarebbe complicato cercare di scoprire chi è stato a distruggere quelle targhe. Però questo non è accaduto».
«La Russia può essere democratica»
Di fronte alla situazione attuale, qualcuno potrebbe chiedersi se esista ancora una possibilità di cambiamento.
La risposta della figlia di Politkovskaja non è rassegnata: «Certo che la Russia è compatibile con la democrazia, come lo è qualsiasi Paese. Un’altra questione è capire che cosa serve per raggiungere la democrazia».
Sarà un percorso difficile e lungo, osserva. «Alla luce della situazione attuale, probabilmente richiederebbe decenni. Però penso che possa esserci la democrazia in Russia come può esserci la democrazia in qualsiasi altro Paese. Tutto dipende da chi la governa e da quali sono le politiche che il governo attua».
La guerra e il problema della propaganda
Il confronto arriva inevitabilmente alla guerra in Ucraina e alle informazioni che arrivano quotidianamente dal fronte.
Fino a che punto può arrivare Vladimir Putin? Quanto possono spingersi la Russia e le sue forze militari?
«Lo vediamo tutti i giorni», risponde la figlia di Politkovskaja, richiamando gli attacchi contro l’Ucraina, contro Kiev e contro luoghi dove si trovano bambini e scuole.
Ma proprio la guerra rende ancora più difficile distinguere informazione, propaganda e verità.
«La difficoltà nella situazione attuale è che non si può credere a nessuno in questa situazione. Non si può credere certamente alla propaganda russa, ma non si può credere neanche ai politici che rappresentano la parte avversaria, perché ci troviamo in una situazione di guerra e quindi tutte le parole che vengono pronunciate da una parte o dall’altra hanno un solo obiettivo: quello di avvicinarla alla vittoria».
Un’affermazione che non equivale a mettere sullo stesso piano le responsabilità o le informazioni disponibili, ma richiama alla necessità di mantenere uno sguardo critico di fronte alla comunicazione prodotta in tempo di guerra.
«La strada della verità deve essere un punto di partenza»
L’ultima domanda torna inevitabilmente alla madre e a ciò che ha lasciato alle generazioni successive.
«Direi che l’intero destino di mia madre, quello che lei ci lascia in eredità attraverso la strada che ha percorso, dovrebbe essere un punto di partenza, qualcosa su cui basarsi per tutti i futuri giornalisti e attivisti».
Anna Politkovskaja, conclude la figlia, «ha scelto la strada della verità e alla fine è stata uccisa proprio per questa strada della verità».
È questa, forse, la sua eredità più difficile e più attuale: «Una strada che io augurerei a tutti».
