Diciamolo subito: questo film inanella, una dopo l’altra, tutte le sfighe possibili che possono capitare a due poveracci maledetti come i fratelli Petra e Jure. Ma tutte. Pure con l’aggravante della bonus track natalizia.
Vivono da poveracci veri, non poveri poetici. Poveraccissimi da roulotte, da dispensa vuota con cibo razionato, da lavoro precarissimo e da conseguente dignità in saldo. E giustamente per non farsi mancare nulla, hanno la sfigaccia di abitare in un cazzo di paesino minerario in culo a una ombrosissima valle del Tarvisiano, dove anche l’inverno è meno precario di loro e sembra avere un contratto full-time a tempo indeterminato.
Sono appunto due fratelli: lui “grande, grosso e fregnone” (si usa dire così a Roma dove si è formato il regista Matteo Oleotto al Centro Sperimentale) Jure è un po’ autistico, tenero, spaesato; lei, Petra, tutta nervo, super iper mega ultra (giustamente) incazzata con il mondo (solo un po’ di “maria” usata con il vaporizzatore la calma…) Questi due fratelli sono simpaticamente interpretati dai giovani Adalgisa Manfrida e Massimiliano Motta, e effettivamente sono piuttosto credibili… (il regista ci ha tenuto a dire che li ha scelti dopo oltre 500 provini: probabilmente cercava proprio due facce da Cave del Predil).
Altra sfiga a dir poco ontologica: l’unico genitore rimasto è la madre, ospite fissa della locale Casa di Riposo. Dolce vecchina rimbambita interpretata dalla deliziosa Rosanna Mortara, completamente demente e leggiadramente convinta che Petra – sua figlia – sia morta. I due vanno dolorosamente a trovarla ogni giorno, e questa routine non fa che aumentare il loro disagio, la loro tristezza e il loro evidente disadattamento cronico in quel buco di deretano di altrettanti disadattati che è quel paesino minerario in mezzo alla valle ombrosa.
Poi arriva l’illuminazione: un cane smarrito. Marlowe. Nome da romanziere americano per un cagnolino (strambo) che in realtà si chiama Taco. Petra e Jure pensano: lo restituiamo ai proprietari, incassiamo il riscatto, molliamo questo buco di culo innevato e andiamo via a vivere meglio. (Sogno massimo del dolce Jure: portare la mamma a vedere il mare. Non uno yacht, non le Maldive, tantomeno Ibiza. Il fottuto mare Adriatico.)
A proposito di neve: durante la lavorazione del film a Cave del Predil non ce ne era un goccio: la facevano arrivare giornalmente con i camion da Kranjska Gora, ci ha confessato il produttore del film, l’amico David Cej.
Peccato che la vita sia davvero una grandissimissima merda.
E quando sei ultimo tra gli ultimi non hai speranza, per quanto ti sbatti la vita non ti aiuta: anzi, ti stritola ferocemente.
Non spoilero troppo, perché uno dei piaceri del film è proprio la trama piena di twist, deviazioni, trovate assurde e cattiverie del destino. Ma sappiate che, oltre al consueto e impeccabile Giuseppe Battiston d’ordinanza in versione pretone proattivo della chiesa locale intento a forgiare a colpi di saldatrice al plasma una stella cometa di dimensioni bibliche, c’è anche una chicca notevole: la bravissima attrice pordenonese Carla Manzon nei panni della insensibile e egoista proprietaria del cane Marlowe.
Nel frattempo ai nostri due eroi capitano peripezie di ogni tipo: scommesse illegali, traffici improbabili e – ciliegina sulla torta – combattimenti clandestini a schiaffi in faccia dentro le gallerie della vecchia miniera di Cave del Predil. (A proposito da pochissimo è stato istituito un simpatico parco turistico geominerario e sono state elettrificati i vagoncini del trenino che portava i minatori in miniera: merita una visita!)
Campionato clandestino di schiaffi in piena faccia: gente ferma immobile che aspetta uno schiaffone a 150 km/h. Vince (??!) chi resta in piedi…. (Il regista giura che esiste davvero un campionato del genere e che l’ha trovato “sull’Internet”) Santo Dio! Sembra il riassunto metaforico dei tempi moderni!
Intorno ruota una fauna umana gustosissima: nipote ossessionato dalla cronaca nera, minatori falliti, scommettitori dipendenti dal gioco, fanatici black metal, anime perse. Una favola nerissima di Natale, una commedia super mega ultra black dove gli ultimi – i più sfigati – non hanno un cazzo di una cazzo di speranza. Ma forse hanno ancora qualcosa di meglio: un po’ di umanità.
Ultimo schiaffo è una produzione tutta friulan-slovena e con il suo respiro vero di cinema popolaresco merita una visita al cinema. Se non altro per uscire dalla sala con una certezza un po’ feroce e vigliaccamente rassicurante: tutto sommato non ci butta così male, una volta tanto gli sfigati non siamo noi, forse.
Pasqualino Suppa
