L’angolo dello psicologo – Loperfido “E vissero tutti felici e connessi”

È ormai evidente che Internet, l’Intelligenza Artificiale, le piattaforme interattive e la robotica abbiano modificato profondamente la nostra vita. In pochissimi anni si sono verificati mutamenti estremamente rapidi in diversi ambiti della società, trasformazioni che, per velocità e pervasività, non avevano precedenti nella storia recente. Sono cambiate le modalità con cui lavoriamo, apprendiamo, comunichiamo e ci informiamo, ma, soprattutto, si sono trasformate le relazioni umane e, con esse, alcuni aspetti della psicologia dell’individuo.

Le persone che utilizzano quotidianamente smartphone, computer e tablet hanno progressivamente modificato diverse abitudini e specificità del proprio modo di pensare e di relazionarsi. Questo processo è diventato ancora più evidente con la diffusione delle chatbots e degli assistenti basati sull’Intelligenza Artificiale, come ChatGPT, Claude e Gemini, ormai integrati in numerosi strumenti e piattaforme di uso quotidiano.

Oggi l’essere umano non sta semplicemente iniziando a “usare l’IA”: sta iniziando a dialogare quotidianamente con un interlocutore non umano. Ed è proprio questo elemento a introdurre qualcosa di nuovo nella storia culturale e sociale dell’umanità. La domanda, allora, diventa inevitabile: chi è questo interlocutore non umano?

Può essere un insegnante, uno psicologo, un avvocato, un medico, un amico, un consulente economico o persino un consulente religioso. Può fornire informazioni, suggerimenti, spiegazioni, orientamento e, in alcuni casi, persino sostegno emotivo. Fino a poco tempo fa, l’interlocutore privilegiato dell’essere umano era necessariamente un suo simile: un professore, un medico, un esperto, uno psicologo, un professionista, un amico, una persona considerata saggia o autorevole.

Oggi, accanto a queste figure, compare una nuova categoria di interlocutore: un’entità artificiale sempre disponibile, a qualunque ora del giorno e della notte, generalmente paziente e cortese, capace di rispondere senza mostrare stanchezza o irritazione.
Questa nuova presenza non si limita a fornire risposte. Può contribuire a orientare il pensiero, suggerire interpretazioni, influenzare valutazioni e, di conseguenza, condizionare anche le scelte dell’individuo. Il rapporto con l’Intelligenza Artificiale diventa quindi qualcosa di diverso dal semplice utilizzo di uno strumento tecnologico.

Non siamo più di fronte soltanto a strumenti da consultare, come accadeva un tempo con le enciclopedie, i vocabolari, i manuali o le banche dati. L’IA entra direttamente nel processo attraverso il quale l’essere umano elabora il proprio pensiero. Non si limita a rispondere a una domanda: può contribuire a formulare la domanda stessa, a selezionare le possibili alternative, a organizzare le informazioni e persino a suggerire quale interpretazione della realtà possa apparire più convincente. L’interlocutore umano, nel frattempo, ha dimenticato di aver a che fare con un interlocutore artificiale, con una macchina che, seguendo una progressione logica, elabora informazioni, raccoglie testi in pochissimi istanti propone interpretazioni e suggerimenti

È proprio qui che emerge una seconda, fondamentale domanda: come sarà l’essere umano in grado di distinguere il proprio pensiero da quello prodotto o suggerito da un’Intelligenza Artificiale?

La questione non riguarda soltanto la possibilità di riconoscere se un contenuto sia stato generato da una macchina. È qualcosa di più profondo: riguarda la capacità dell’individuo di riconoscere l’origine delle proprie idee, delle proprie convinzioni e delle proprie decisioni. Se una persona si abitua a chiedere continuamente a un sistema artificiale cosa pensare, cosa scegliere, come rispondere o come interpretare una situazione, il rischio è che il confine tra pensiero autonomo e pensiero assistito diventi progressivamente più difficile da individuare.

Parallelamente, sta diventando sempre più complesso distinguere ciò che appartiene alla realtà fisica da ciò che viene costruito, rappresentato o mediato attraverso ambienti digitali. Immagini generate artificialmente, video manipolati, avatar, realtà virtuale e contenuti personalizzati rendono i confini tra reale e virtuale sempre più sottili e, talvolta, quasi impercettibili.
Il problema, dunque, non è soltanto capire se la tecnologia stia cambiando il mondo. È ormai evidente che lo stia facendo. La questione più importante è comprendere come la tecnologia stia cambiando noi, il nostro modo di pensare, di scegliere, di relazionarci e di percepire la realtà.

Forse la vera sfida che ci attende non sarà imparare a convivere con macchine sempre più intelligenti, ma riuscire a preservare ciò che rende profondamente umano il nostro pensiero: la capacità di dubitare, di scegliere, di elaborare idee proprie e di attribuire un significato autentico alle nostre esperienze.

Ma l’umano non si esaurisce nella capacità di pensare. È anche la capacità di amare e di creare, di soffrire e di gioire, di credere, di meravigliarsi, di sentire il legame con ciò che ci circonda e, per chi crede, di riconoscere nella realtà una dimensione che trascende ciò che è immediatamente visibile.

L’intelligenza artificiale può elaborare informazioni, riconoscere schemi, generare immagini, musica e parole e persino simulare emozioni. Ma l’essere umano non vive la realtà soltanto attraverso l’elaborazione razionale: la percepisce, la sente e la interpreta attraverso il corpo, le emozioni, la memoria, l’esperienza e la coscienza. È attraverso questo intreccio irripetibile di percezioni e vissuti che ciò che ci circonda acquista sapore, senso, significato e orientamento.

Forse è proprio qui che risiede una delle differenze più profonde tra l’intelligenza artificiale e quella umana: una macchina può simulare il linguaggio dell’esperienza, ma l’essere umano è colui che quell’esperienza la vive.

In un mondo in cui la ricerca della felicità passa sempre più attraverso la connessione digitale, dovremo inevitabilmente interrogarci su quanto di quella felicità e di quelle relazioni appartenga ancora veramente a noi. Il rischio, infatti, non è soltanto quello di affidare alle tecnologie una parte crescente delle nostre attività, ma anche di lasciare che esse finiscano, lentamente, per sostituirsi alla nostra capacità di pensare e decidere.
Diventa quindi essenziale imparare a utilizzare gli assistenti virtuali con consapevolezza, senza trasformarli in un’autorità alla quale delegare ogni scelta.

Non dovremmo considerare automaticamente attendibili le risposte dell’intelligenza artificiale, soprattutto quando riguardano informazioni importanti, ma verificarle attraverso fonti affidabili. Allo stesso modo, sarebbe opportuno provare innanzitutto a risolvere autonomamente un problema, ricorrendo all’IA non per evitare la fatica del ragionamento, ma per mettere alla prova le nostre intuizioni, confrontare le nostre idee e ampliare le nostre prospettive.

Leggere fonti diverse, confrontarsi con opinioni differenti e mantenere la capacità di prendere decisioni senza affidarsi costantemente agli algoritmi saranno, dunque, forme essenziali di autonomia. Perché il vero progresso non consisterà nel pensare sempre meno grazie alle macchine, ma nel riuscire a pensare meglio e di più insieme a esse, senza permettere che la loro intelligenza oscuri la nostra.

Dottor Antonio Loperfido
Psicologo Clinico e Psicoterapeuta

Ultime news

Ultimi articoli