THE ECHO CHAMBER, bella la camera dell’Ego, ma non ci vivrei. Speciale Mostra del Cinema Venezia 83

Cronache Dalla Poltrona

L’occasione è da leccarsi i baffoni e contemporaneamente da far tremare le vene ai polsi. Per questo film il produttore Nicola Giuliano di Indigo ha amorevolmente acquisito l’ultimo soggetto scritto da Bernardo Bertolucci prima di lasciare questa valle di lacrime, ha ingaggiato due sceneggiatrici di razza (Rampoldi & Bernardini), si è aggiudicato un Luca Marinelli in forma as usual, a cui si somma la deliziosa bellezza quasi gitana di Alicia Vikander e abbiamo nientemeno che la monumentale e fresca 80enne Susan Sarandon. In più ci aggiungiamo un formidabile cocktail di dolore fisico e morale, dipendenza affettiva e da oppiacei, sesso e taanto ammore, con spruzzate di sana attitudine rock’n’roll sapidamente condita da pulsioni di autodistruzione, desiderio e morte e le jeux sont faits!

Regia di Andrea Pallaoro, classe 1982, buoni studi americani di cinema alle spalle, curriculum d’ordinanza con le giuste frequentazioni al Lido, in The Echo Chamber ci scodella una variazione elegantona di un “due camere e cucina” di gran lusso che sembra essere passato sotto le grinfie di un interior designer pariolino strafatto di matcha con la tazza da tè rigorosamente in porcellana raku. Per carità riconosciamo che la sfida del confronto con il compianto maestro B.B. era tosta, ma cazzarola!

Si potrebbe dire che The Echo Chamber è un Kammerspiel ovvero un film o opera teatrale ambientata in una unica unità di spazio. In effetti nella finzione cinematografica l’appartamento è localizzato in un elegante quartiere a Londra, ma guardando sullo schermo si ha la sensazione di essere a casa del tuo conoscente molto benestante di Roma Nord, tipo uno di quegli appartamentoni da rivista, dove ogni lampada sembra avere una genealogia, ogni sedia una curatela critica e da un momento all’altro hai paura che ricompaia il tizio designer di prima, con la sua cazzo di tazza raku in mano, a spiegarti con un freddo sorrisetto di feroce condiscendenza che quel tavolino lì è un rarissimo Gio Ponti numerato.

In questo gelido paradiso minimal si aggira Leo/Marinelli, giovane e sensibilone produttore musicale di successo devastato da un dolore cronico alla schiena (come Bertolucci) ma soprattutto angariato dal ben più invalidante dolore di vivere.

Leo ovviamente strabeve, si impasticca, sniffa, si droga, si contorce, va e rivà in bagno, si sveste mostrando il sederino, poi passa per la camera da letto, torna in soggiorno e stramazza sui divanoni a contemplare il vuoto anche per (lunghi) minuti cinematografici. E, per dirla con Nietzsche, evidentemente a forza di guardare nell’abisso anche l’abisso finisce per guardare in lui. Difatti il nostro Leo/Marinelli soffre divinamente e lo vediamo in mille versioni e pose. Per carità, è pure belloccio in questa dilatata sofferenza.

A tenerlo insieme, o almeno a provarci con un certo amour-fou disperato, c’è Anne, interpretata dalla deliziosa e misurata Alicia Vikander: prima infermiera, fisioterapista, dispensatrice di fentanyl e poi soprattutto morosetta, compagna, angelo custode e, a tratti, complemento d’arredo spirituale. Anne entra, Leo esce. Anne si prende cura di lui, Leo ri-esce. Anne lo osserva di nascosto, poi raccoglie i suoi cocci veri e metaforici, e via così per un paio d’ore della nostra vita.

A una certa, arriva anche Susan Sarandon nei panni di Ava, cantantessa rock totemica sopravvissuta praticamente a tutto, anche all’amore della sua vita: una specie di Mina Mazzini ibridata con Marianne Faithfull e una Nico anziana dei Velvet Underground.

E, sorpresa!, nel film entra finalmente un alito di vita al profumo maledetto delle mille sigarette fumate dall’anziana Ava che a un certo punto ci tiene a fare presente a Leo (e quindi a tutti noi) che“l’eroina ha salvato molte vite”, e, per un attimo, ti arriva una fitta di vero dolore e ci ricordiamo che abbiamo un’anima. Ma dura giusto il tempo di un pippotto fugace con Leo consumato frettolosamente sul vetro della scrivania.

Subito dopo sei di nuovo in down nel cazzo di appartamentone e preso dallo sconforto vieni pure assalito da una inspiegabile e irrefrenabile e voglia di usare il sottobicchiere in pizzo e di camminare con le pattine, ché sennò si rovina il parquet di olivo spazzolato.

Quasi allo scadere delle due ore abbondanti, quasi come un apparizione mariana, da dietro la libreria Elysée di Magis ci appare un pensiero circonfuso di luce e per un attimo ci sembra quasi di afferrare un brandello di verità: ci manca umanità, sangue vero, anima.
Quell’anima spesso anche sporca, stropicciata e puzzolente che gli esseri umani si portano appresso ma che B.B. riusciva sempre a rendere con infinita eleganza e levità e bellezza.

Con tanti saluti a Freud, a Bertolucci e all’anima di ’sta… benedetta psicoanalisi.

Pasqualino Suppa

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