28 maggio 2026 – ore 14:30 – Tra gli stand del Salone Internazionale del Libro di Torino, dove il brusio continuo dei visitatori si intreccia all’odore della carta stampata e alla fatica silenziosa degli editori indipendenti, quello del Friuli Venezia Giulia quest’anno sembrava respirare in modo diverso rispetto a tutti gli altri. In particolare, rispetto a tutti gli altri stand regionali. Come regione, siamo riusciti a dare un’immagine nettamente aperta, attraversabile da tutti e pulsante di vita vera. Lo spazio regionale, anche stavolta, è stato capace di raccontare l’identità complessa e stratificata di una realtà europea di confine, in tutte le sue forme e radici storiche… Forse, anche meglio delle passate edizioni.
A raccontarcelo con sguardo fedele è Martina Fullone, editrice e autrice tra i protagonisti dello stand regionale, che descrive le giornate torinesi con una sincerità quasi affettuosa: “Si sono svolte in maniera abbastanza caotica”, dice con voce che tradisce un ampio sorriso, lasciando emergere tutta la gioia e gli sforzi che si nascondono dietro la costruzione di uno spazio culturale. Perché uno stand, spiega, all’apparenza è frutto solo di creatività, quando è anche e soprattutto organizzazione, praticità e mediazione continua tra diverse esigenze. In particolare quando a convivere sono diciotto case editrici, come è stato in questo caso, ciascuna con la propria voce, il proprio catalogo, e la propria idea di fare e pubblicare pezzi letterari e divulgativi.
Eppure, proprio in questo caos, qualcosa quest’anno sembra essersi finalmente allineato dopo tanto impegno e sacrificio. “Per la prima volta tutte le case editrici hanno avuto visibilità”, racconta Fullone con meraviglia palpabile. “Ci sono stati lettori e lettrici che hanno acquistato libri da tutte. Una cosa mai vista prima.” Non il successo di un unico grande nome, dunque, quanto piuttosto un interesse diffuso e trasversale, quasi curioso verso l’intero ecosistema editoriale del territorio. È questo il dato più significativo emerso da Torino: il Friuli Venezia Giulia ha smesso di essere una somma di identità separate, divenendo un mosaico culturale coerente, che cattura anche l’occhio più distratto e vagante tra i numerosi padiglioni proprio grazie alla sua varietà.
La forza di questa edizione, secondo Fullone, è stata la varietà dell’offerta editoriale: storia, poesia, natura, saggistica, memoria e memorie. Un panorama ampio, difficile da comprimere, nonostante lo stand fosse più grande rispetto agli anni precedenti. E proprio lo spazio, paradossalmente rispetto alla soddisfazione espressa da Fullone, è rimasto comunque uno dei limiti principali: più aperto, sì, ma ancora e comunque insufficiente per contenere davvero tutta la ricchezza editoriale regionale.
Tra le realtà presenti c’era anche Vita Activa Nuova, la casa editrice indipendente fondata a Trieste di cui Martina fa parte. Un progetto giovane, con quasi cinque anni di attività e circa quaranta titoli pubblicati, ma già fortemente riconoscibile. “Riprendiamo Hannah Arendt, che è il nostro faro culturale principale”, spiega. La matrice è femminista, ma senza per questo rigidità ideologiche: la prospettiva maschile è inclusa, così come anche tematiche che esulano dalla linea principale dell’associazione. Tuttavia, il cuore del progetto resta il recupero delle scrittrici dimenticate, delle voci rimaste ai margini della memoria letteraria in quanto tali. Tra le autrici pubblicate compare anche Marta Albertini, pronipote dello scrittore russo Lev Tolstoj e nipote del giornalista e politico Luigi Albertini, fondatore del Corriere della Sera.
Ma il discorso di Fullone si allarga presto oltre la propria esperienza editoriale individuale, fino a toccare una delle peculiarità più profonde del Friuli Venezia Giulia: la convivenza linguistica e culturale. “Esistono e fanno parte dello stand molte case editrici triestine in lingua slovena”, sottolinea. Un dettaglio che, più che folkloristico, appare quasi politico: la testimonianza di un territorio che da sempre vive sulle soglie e negli attraversamenti, che ha fatto delle contaminazioni il suo pregio maggiore.
Quando le si chiede quale autore riesca meglio a restituire il carattere della regione, Fullone non ha dubbi, pronuncia immediatamente il nome di Paolo Rumiz. “È rappresentativo al massimo”, dice. “Tutti si fermano quando vedono i suoi titoli”. Pur non limitandosi esclusivamente al racconto del Friuli Venezia Giulia, Rumiz sembra incarnarne perfettamente l’anima nomade e inquieta propria delle aree di confine. E accanto agli autori emergono anche gli editori simbolici del territorio, come Il Tiglio, specializzato in volumi fotografici dedicati alla natura regionale: libri che, nelle parole di Fullone, diventano concentrati emozionali che trasformano l’immagine in interpretazione culturale.
Ma è forse nell’ultima parte del nostro scambio che emerge il nucleo più profondo del discorso. Alla domanda sulla complessità identitaria del Friuli Venezia Giulia, se essa sia una ricchezza narrativa o una difficoltà da raccontare, Fullone risponde con una convinzione netta: “L’editoria di regione riesce assolutamente a rendere questa stratificazione culturale e identitaria”. E aggiunge: “Qui si è abituati a varietà e multiculturalità come in altre parti non accade”. Martina non parla da nativa. Vive qui “solo” da circa quarant’anni. Sarà proprio questo suo sguardo insieme interno ed esterno a permetterle di cogliere il carattere speciale di una terra che è ancora segnata da ferite storiche enormi, come le leggi razziali promulgate da Benito Mussolini proprio a Trieste, alle lacerazioni del Novecento di confine, ma che ha saputo trasformare quelle stesse vicende in un’abitudine alla convivenza e al superamento dei capitoli più tetri della storia umana.
L’immagine più potente arriva quasi alla fine del nostro incontro: quella sempre troppo poco ricordata della contadina media del Carso di un tempo, scolarizzata e quasi sempre almeno trilingue, tra italiano, sloveno e friulano. Una figura che sembra condensare tutta l’essenza del Friuli Venezia Giulia: periferico e centrale insieme, rurale e cosmopolita, ferito ma fortemente proiettato verso il futuro già a partire dalle sue epoche più remote.
“Il Friuli Venezia Giulia è da sempre un esempio e un monito per l’Italia di domani”, dice Fullone. Ed è difficile non pensare che, in fondo, anche il successo dello stand al Salone di Torino sia nato proprio da questo: dalla capacità di mostrare una cultura che non ha paura della pluralità, che anzi ne fa la propria dimensione naturale. Parlando di eventi e ricordi più importanti di queste giornate, non rimangono tanto gli episodi isolati, quanto i ritorni: i lettori che si ripresentano anno dopo anno, chiedendo nuovi consigli dopo essersi fidati una prima volta. Gli scambi tra colleghi. Le amicizie nate tra un libro sfogliato e una conversazione improvvisata. Conclude Fullone: “È l’insieme di tutte queste cose a restare permanentemente nel cuore”.
Uscendo dallo stand del Friuli Venezia Giulia si ha la sensazione rara di aver incontrato una comunità culturale vera più che un gruppo riunito di editori grandi e piccoli. Ciascuno con proprie peculiarità distintive, tra loro accomunate dallo stesso amore: quello per un territorio che assorbe dalla sua natura eccezionalmente ricca l’animo perfetto per la sua ricchezza culturale e sociale. E il Salone del Libro di Torino, anche quest’anno, si è dimostrato una sua eccellente “riserva”.
Articolo di Eleonora Carcarino
