PASSARIANO – C’è un filo sottile, fatto di luce, colori e silenzi, che unisce la Vienna di Gustav Klimt alle sale monumentali di Villa Manin. Un dialogo inatteso, ma sorprendentemente naturale, che prende forma nella mostra “La Nuda Veritas”, in programma dal 21 maggio al 6 settembre nella villa di Passariano. Al centro dell’esposizione, uno dei capolavori più celebri dell’artista viennese, il “Ritratto di Adele Bloch-Bauer”, simbolo assoluto della Secessione Viennese e dell’arte europea del Novecento.
A raccontare il senso profondo del progetto è la curatrice Cäcilia Bischoff, che ha lavorato insieme al Museo Belvedere e al Theatermuseum di Vienna per costruire un ponte culturale tra l’Austria fin de siècle e il Friuli veneziano.
«La mostra nasce dall’incontro tra due mondi solo apparentemente lontani», spiega Bischoff. «Da una parte la Vienna del 1900, dall’altra la magnificenza settecentesca di Villa Manin. Fin dall’inizio ci siamo chiesti come far dialogare il linguaggio di Klimt con gli spazi della villa, senza sovrapporli o forzarli».
La risposta è arrivata attraverso un allestimento essenziale, costruito sul rispetto dell’architettura originaria e sulla forza evocativa dei colori. Le tonalità verdi del parco, i viola chiari, le sfumature rosate degli interni accompagnano il visitatore in un percorso immersivo ma mai invasivo. «Non volevamo coprire gli ambienti o trasformarli scenograficamente», sottolinea la curatrice. «Le sale di Villa Manin dovevano continuare a respirare».
Ed è proprio nelle stanze apparentemente vuote della villa che nasce uno dei parallelismi più affascinanti della mostra: quello con la “Nuda Veritas” di Klimt. «Esiste una corrispondenza simbolica molto forte», osserva Bischoff. «Le sale sono spoglie, ma non realmente vuote: è la luce, l’architettura, la pittura degli spazi a renderle vive e intense. Lo stesso accade nella “Nuda Veritas”: la figura è nuda, priva di ornamenti, eppure possiede una presenza straordinaria».
Una riflessione che diventa anche una chiave di lettura dell’intero progetto espositivo. L’assenza, in questo caso, non è mancanza ma essenzialità. «Klimt riesce a dare forza alla verità proprio attraverso la sottrazione», continua la curatrice. «Non servono abiti o decorazioni per rendere potente quell’immagine. Allo stesso modo Villa Manin, pur nella sua nudità, conserva una presenza monumentale».
La mostra diventa così anche un viaggio dentro il clima culturale della Vienna di inizio Novecento, una città in piena trasformazione artistica e intellettuale. «La Secessione Viennese non fu soltanto una rivoluzione estetica», spiega Bischoff. «In quegli anni Vienna stava cambiando completamente: erano gli anni di Freud, delle innovazioni nella medicina, della nascita della psicoanalisi, di una nuova architettura e di un nuovo modo di pensare l’uomo e la società».
Un fermento che trasformò la capitale austriaca in uno dei grandi laboratori culturali d’Europa e che oggi trova un’eco in Friuli, in una villa storicamente legata proprio ai rapporti tra Austria e Italia. Villa Manin fu infatti uno dei luoghi simbolo del Trattato di Campoformio del 1797, firmato tra Napoleone e l’Impero austriaco, episodio che segnò profondamente la storia veneziana e italiana.
Tra memoria storica e modernità, tra silenzi architettonici e l’oro inquieto di Klimt, “La Nuda Veritas” promette così di essere molto più di una mostra: un incontro tra epoche, identità e visioni artistiche che continuano ancora oggi a interrogare il presente.
