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martedì , 19 Maggio 2026

Amore liquido e legami sospesi: la generazione delle ‘situationship’ tra libertà e paura

19.05.2026 – 11:30  Abitiamo un tempo in cui l’amore sembra essersi progressivamente ritirato ai margini delle nostre vite. Stare al passo con la realtà contemporanea è diventato un esercizio sempre più arduo: il mondo accelera, evolve e si stratifica, e per questo si complica. Arriva così ad imporci sempre più un’attenzione costante quanto frammentata, spesso meno introspettiva. Così, tra l’urgenza di cogliere ogni opportunità professionale e promesse da ogni parte di un incessante perfezionamento personale, qualcosa nel mezzo si dissolve: la connessione umana più profonda, propria della dimensione intima e totalizzante del legame romantico.

Nel secolo scorso essa rappresentava una tappa tanto naturale quanto inevitabile di un percorso di esistenza, preludio pressoché automatico al matrimonio. Oggi, invece, pare smarrirsi in una zona grigia di possibilità indefinite. Accade tra i giovani adulti, ma non solo: il fenomeno ha preso piede anche tra le fasce d’età più mature che, sebbene figlie dei loro anni, seguono lo stesso le logiche e le necessità dell’epoca attuale.

Dai social media e l’inglese colloquiale statunitense nasce un neologismo che descrive finemente il fenomeno: situationship, frutto dell’accostamento tra le parole “situation” (situazione) e “relationship” (relazione). Questi nuovi rapporti interpersonali sono caratterizzati da un grado variabile di intimità emotiva e fisica, senza che, tuttavia, si crei una definizione esplicita e condivisa dello status relazionale.

La situationship gradisce quasi sempre e solo una zona affettiva liminale: non è semplicemente amicizia, ma non raggiunge neppure i livelli di impegno, esclusività o progettualità tipici di una relazione romantica tradizionalmente intesa. Dal punto di vista sociologico è leggibile come una forma di legame a bassa istituzionalizzazione: norme, aspettative e ruoli risultano fluidi, negoziati caso per caso, spesso in modo implicito e non esaustivamente comunicato tra le parti.

Alcuni dati statistici possono fornire maggiore chiarezza sull’entità della sua diffusione. Secondo un sondaggio condotto da YouGov nel 2024 su un campione rappresentativo di adulti americani, circa la metà dei giovani tra i 18 e i 34 anni dichiara di aver sperimentato almeno una situationship. Parallelamente, ricerche del Pew Research Center evidenziano come, tra le nuove generazioni, matrimonio e genitorialità tendano a essere percepiti come meno prioritari rispetto alla realizzazione professionale e personale, o addirittura rischiosi per la buona riuscita delle proprie ambizioni.

A ciò si somma un trend ormai consolidato nei paesi europei, Italia inclusa: l’età media del primo matrimonio ha superato i 30 anni, mentre è in impennata costante la quota di individui che rimangono single o in relazioni non formalizzate per periodi prolungati.

Ne consegue poi una crescente accettazione della reversibilità delle unioni, anche quelle istituzionalizzate: separazioni e divorzi sono fortemente aumentati negli ultimi decenni, contribuendo a consolidare l’idea della relazione come esperienza non necessariamente permanente, rinegoziabile e, se necessario, dissolvibile.

Le piattaforme digitali, a loro volta, registrano lo stesso pattern: secondo Tinder, oltre la metà degli utenti della Generazione Z si dichiara aperta a forme relazionali non tradizionali, contribuendo a diffondere un lessico e una pratica dell’intimità sempre più svincolati da categorie rigide, a cui le stesse piattaforme devono adattarsi.

Presa visione di queste nuove “grammatiche relazionali”, occorre fare dei passi indietro per individuare la loro origine. Optare per un’analisi che scarti facili preconcetti circa la lascivia giovanile, e che abbia risonanza con le configurazioni affettive odierne per come sono, osservandone limiti e crepe.

Il pensiero del sociologo Zygmunt Bauman offre spunti precisi al riguardo. Nella sua lettura, l’amore contemporaneo, a immagine della stessa modernità, diventa “liquido”. Come i fluidi, non mantiene una forma stabile, ma si adatta continuamente ai contenitori che lo accolgono, evitando strutture definite. I legami si fanno quindi più flessibili e mutevoli, privi di quei vincoli che un tempo li rendevano duraturi: dunque, sempre più fragili. Sempre seguendo la visione del sociologo polacco, alla base di questa trasformazione vi è una tensione profonda: da un lato il bisogno di sicurezza, continuità e appartenenza permane, in quanto dettato da caratteristiche intrinseche all’animo umano. Dall’altro, il timore che un legame troppo stretto possa limitare la libertà individuale, rallentare il movimento, imporre rinunce, porta a esitare di fronte alla possibilità di un impegno pieno.

Non meno degna di attenzione è l’influenza sociale: in una società che premia la possibilità di poter scegliere sempre, e di poter cambiare sempre, anche l’amore finisce per essere vissuto come qualcosa da mantenere reversibile e aggiornabile, quasi a tempo determinato. Così, le relazioni tendono a configurarsi come “connessioni rete” emotive: si attivano rapidamente, offrono gratificazione immediata, restando sempre potenzialmente “disattivabili”.

Il rischio dell’investimento emotivo profondo viene evitato o rimandato, perché espone alla perdita, al fallimento, alla dipendenza dall’altro. È proprio qui che emerge una delle sue intuizioni più incisive: l’essenza stessa dell’amore risiederebbe, paradossalmente, nella disponibilità ad accettare l’incertezza che comporta. Una vera e propria consegna di sé stessi al destino. Ma questa apertura all’incerto entra in attrito con le logiche individualistiche del presente. E così si finisce per preferire forme di legame più leggere, meno definite, che garantiscano vicinanza senza esporre fino in fondo al rischio di perdere sé stessi nel processo.

Dietro queste dinamiche teoriche, però, ci sono soprattutto vite reali e percezioni quotidiane. Piccoli disincanti che si accumulano dietro le quinte di questa vita “liquida”, in perenne corsa come un fiume. Come si diceva prima, tutto ciò tocca specialmente i giovani adulti. Parlando con alcuni di essi, in particolare con le studentesse e gli studenti dell’Università di Trieste, è possibile riscoprire la necessità di una maggiore educazione sesso-affettiva già a partire dai primi anni di scuola.

Altri di loro attribuiscono poi una parte della responsabilità ai social: «impigriscono il giudizio e, automaticamente, anche la voglia e la capacità di scegliere un partner adatto. Inoltre, l’apparenza dei social inganna, e molta gente rimane delusa da essa fino a non voler davvero più approfondire nessuno», confessa una studentessa della facoltà di Economia.

Alcuni infine aggiungono una riflessione più trasversale alla questione: «soffre anche l’altra parte, quella che limita l’accesso ad un’intimità vera e sentita. Pur non ammettendolo», lasciando intravedere come questa fragilità relazionale non sia unilaterale bensì condivisa, seppur spesso taciuta.

Nonostante le numerose sfide che oggi si ritrova ad affrontare, l’amore difficilmente può essere pensato come un fenomeno destinato a esaurirsi: è, piuttosto, una costante antropologica, una “biologia che si fa poesia”, per riprendere Darwin, che attraversa le epoche adattandosi alle loro configurazioni sociali e culturali. Può ridimensionarsi nelle sue forme visibili, rinegoziarsi nei suoi codici, ma non annullarsi. Proprio in virtù di questa plasticità, continuerà a riemergere, assumendo strutture nuove e linguaggi diversi, fino a magari ritrovare condizioni più favorevoli per esprimersi in rinnovate stagioni di splendore.

Articolo a cura di Eleonora Carcarino

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