25 maggio 2026 – ore 17:00 – Non troppo lontano dall’asse di tensione tra Iran, Stati Uniti e Israele che hanno avuto come effetto la chiusura dello stretto di Hormuz, arteria vitale da cui transita circa un quinto del greggio mondiale, e la conseguente tensione energetica internazionale, si consuma da tempo un’altra tragedia, che è fra le meno raccontate e fra le più devastanti sul piano umano: quella del Sudan. Una guerra iniziata il 15 aprile 2023, nata da una fragile e incompiuta transizione politica, che ha portato il paese africano a essere oggi considerato uno dei principali teatri della crisi umanitaria globale.
Da una parte le Forze Armate Sudanesi guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan. Dall’altra, le Forze di Supporto Rapido del generale Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti. Due centri di potere e due leadership rivali che hanno finito per subordinare il destino del paese ai propri interessi politici e militari. Il risultato è stato catastrofico, fatto di stupri, di continui scontri, di violenza su base etnica e di esecuzioni sommarie: secondo diverse stime internazionali, oltre 150 mila morti e più di 14 milioni di sfollati, con milioni di sudanesi che affrontano ogni giorno la realtà della fame, causata dal collasso delle filiere alimentari.
In molte aree del paese coltivare è diventato quasi impossibile, sia a causa della guerra sia per le condizioni climatiche estreme: il Sudan convive da anni con condizioni ambientali difficili, fatte di lunghi periodi di siccità che si alternano a stagioni di piogge intense, tra giugno e settembre, che compromettono ulteriormente infrastrutture già fragili.
Situazioni che, da sole, dovrebbero bastare a richiamare l’attenzione internazionale, ma che continuano a ricevere uno spazio limitato nel dibattito globale. L’acqua potabile scarseggia, molte strutture mediche sono distrutte o inaccessibili e le organizzazioni umanitarie operano in condizioni estremamente difficili. Le ferrovie del paese sono arretrate, le città distanti e mal collegate: i convogli umanitari restano spesso bloccati per settimane, senza riuscire a raggiungere le zone più colpite. L’unico scalo relativamente sicuro è Port Sudan, affacciato sul Mar Rosso, ma la sua posizione periferica limita l’efficacia della distribuzione interna degli aiuti. A peggiorare il quadro si aggiungono epidemie di colera che si diffondono rapidamente in un contesto privo di servizi sanitari funzionanti.
Eppure, il Sudan non è un paese privo di risorse. Dopo la separazione dal Sud Sudan nel 2011, che ha comportato la perdita del 75 per cento dei giacimenti petroliferi, il paese ha puntato sull’estrazione dell’oro, diventando uno dei principali produttori del continente africano. È una ricchezza, questa, che, anziché tradursi in sviluppo diffuso, ha contribuito ad alimentare reti di potere parallele e gruppi armati. Il collasso del paese non riguarda soltanto la sua dimensione interna, ma rischia di produrre effetti regionali e internazionali: aumento dei flussi migratori, maggiore competizione geopolitica nel Mar Rosso e spazi più ampi per gruppi armati ed estremisti.
In questo scenario, il ruolo degli attori internazionali appare complesso. Gli Stati Uniti, pur riconoscendo la gravità della situazione, sono stati spesso criticati per l’assenza di iniziative considerate realmente incisive. L’Unione Europea, dal canto suo, ha mantenuto un coinvolgimento limitato sul piano diplomatico e operativo. Particolarmente discusso è anche il ruolo degli Emirati Arabi Uniti, accusati da diverse fonti di sostenere indirettamente alcune milizie sudanesi. Sullo sfondo c’è il controllo delle rotte commerciali dell’oro e del petrolio, che rappresentano interessi strategici rilevanti per molte potenze regionali e internazionali, con il Sudan in una posizione cruciale tra il mondo arabo e l’Africa subsahariana.
Di fronte a tutto questo e 30 milioni di persone, secondo le stime IRC, che hanno bisogno di aiuto, la percezione prevalente continua spesso a relegare il conflitto a una crisi distante e periferica. Il collasso del Sudan non può essere considerato una tragedia isolata: le sue conseguenze potrebbero riflettersi ben oltre i confini nazionali. Il paradosso è evidente: sui media occidentali, studi e inchieste riportano un ordine di grandezza di decine di articoli al giorno su Gaza e Ucraina, contro circa un articolo al mese sul Sudan. In Italia, la copertura giornalistica è quasi assente.
Articolo di Eleonora Carcarino
