Giornate Cinema Muto, apre il Festival Douglas Fairbanks

PORDENONE – Con 250 titoli provenienti da 19 Paesi e centinaia di ospiti attesi da tutto il mondo, Pordenone si appresta ancora una volta a diventare la capitale internazionale del cinema muto. Per tracciare una guida al vasto programma costruito dal direttore Jay Weissberg per la 45a edizione delle Giornate del Cinema Muto, al Teatro Verdi dal 3 al 10 ottobre – cui si aggiungono la serata di pre-apertura, venerdì 2 ottobre al Teatro Zancanaro di Sacile, e la replica del film di chiusura, domenica 11 ottobre al Teatro Verdi – non si può che partire dagli eventi speciali.

Nella pre-apertura sacilese, tradizionalmente riservata alla commedia, ritroviamo Harold Lloyd questa volta in For Heaven’s Sake (1926) di Sam Taylor. Il film è accompagnato dal vivo dalla Zerorchestra diretta da Oscar Marchioni. Campione d’incassi all’epoca, Il re degli straccioni – questo il titolo con cui è uscito in Italia – è una commedia dal ritmo incalzante, zeppa di gag e inquadrature sorprendenti, con Lloyd nei panni del giovane milionario J. Harold Manners, tanto ricco quanto scavezzacollo.

L’apertura ufficiale, sabato 3 ottobre al Teatro Verdi di Pordenone, è con Don Q, Son of Zorro (Don X, il figlio di Zorro), energico film di cappa e spada con Douglas Fairbanks, diretto nel 1925 da Donald Crisp, che presta anche il volto al “cattivo” della storia. Il nuovo restauro è del Danske Filminstitut di Copenaghen e la partitura del compositore sloveno Andrej Goričar – commissionata dalla Slovenska Kinoteka, partner dell’evento – è presentata in anteprima assoluta nell’esecuzione della RTV Slovenia Symphony Orchestra diretta dallo stesso Maestro Goričar.

Nella serata di chiusura di sabato 10 ottobre e nella replica di domenica 11, il capolavoro western The Iron Horse (Il cavallo d’acciaio; 1924) di John Ford, nella copia 35mm della londinese Photoplay, sarà accompagnato con la partitura del grande John Lanchbery eseguita dall’Orchestra da Camera di Pordenone diretta dal Maestro Ben Palmer.

Agli eventi con l’orchestra si affianca l’evento speciale di metà festival. Mercoledì 7 ottobre sarà presentato il film giapponese Kurutta Ippēji (Una pagina di follia; 1926) di Teinosuke Kinugasa con l’accompagnamento al pianoforte di Makia Matsumura e la narrazione dal vivo del benshi Ichiro Kataoka. Questo film sperimentale di grande potenza visiva rinuncia alle didascalie e svela la sua storia – quella di un uomo che si fa assumere come custode nel manicomio in cui è rinchiusa la moglie – solo attraverso le immagini. In un montaggio ritmico e serrato, con l’uso di esposizioni multiple, distorsioni ottiche e angolazioni estreme della macchina da presa, il confine tra sanità mentale e follia, passato e presente, realtà oggettiva e allucinazione si dissolve sistematicamente.

Kurutta Ippēji è presentato nel nuovo restauro realizzato dal National Film Archive of Japan con il sostegno di Yanai Initiative (fondazione istituita per promuovere la lingua, la cultura, la letteratura giapponese su scala globale) che lo ha riportato alla qualità e al colore originale. Il film fa parte della rassegna “L’arte del benshi”, che celebrerà quest’arte unica degli attori-narratori, il cui stile si rifà ai codici della tradizione teatrale giapponese, che accompagnano la visione dei film muti raccontando, commentando e dando la voce ai personaggi principali. Grazie alla partnership fra Yanai Initiative, National Film Archive di Tokyo e Giornate del Cinema Muto, saranno presentati quest’anno, primi di una serie pluriennale di nuovi restauri, anche Gorô Masamune kôshiden (trad. it. Vita di un figlio pio, Goro-Masamune), del 1915, uno dei pochi titoli sopravvissuti dell’importante regista Jirô Yoshino e il bellissimo Taki no shiraito (Il filo bianco della cascata; 1933) di Kenji Mizoguchi. Le proiezioni saranno accompagnate dai benshi Ichiro Kataoka, Kumiko Omori e Nanako Yamauchi e dalle musiciste Makia Matsumura (piano), Kisayo Katada (percussioni) e Nobuakira Kiyomoto (shamisen).

Come già annunciato, la retrospettiva principale, che avrà un seguito nel 2027, è “Weimar senza censure: Tabù e trasgressioni nel cinema tedesco, 1919-1920”, dedicata al cinema dei primi anni della Repubblica tedesca, quando si assisté a una vera e propria esplosione di film incentrati su temi quali lussuria, prostituzione e dipendenze.

Gli studiosi Anton Kaes e Michael Cowan negli ultimi anni si sono dedicati in modo particolare a questo periodo ritrovando nei pochi film sopravvissuti la testimonianza importante di una fase storica della Germania particolarmente tumultuosa dal punto di vista culturale e sociale, quando la devastazione seguita alla prima guerra mondiale portò a uno scontro tra permissività sfrenata e crescenti forze repressive. Fra i sei lungometraggi presentati quest’anno: Heddas Rache (La vendetta di Hedda. La figlia della prostituta) di Jaap Speyer, del 1919; Die Teufelskirke (La chiesa del diavolo) di Hans Mierendorff, su satanismo e sessualità femminile; quest’ultima al centro anche di Genuine. Die Tragödie eines seltsamen Hauses (Genuine. La tragedia di una casa insolita) di Robert Wiene, del 1920, con protagonista una vamp(ira) assetata del sangue degli uomini. Il film era ritenuto perduto ed è stato recentemente ricostruito sulla base di copie di una versione francese rimaneggiata. Un altro titolo di grande interesse è Pest in Florenz (La peste a Firenze nel secolo XV), del 1919, diretto da Otto Rippert e scritto da Fritz Lang, allora ventinovenne e reduce dalla traumatica esperienza della guerra. Ambientato in una Firenze rinascimentale meticolosamente ricostruita in studio, il film descrive un mondo in declino, segnato dal crollo dell’autorità, dall’erosione della fede e dall’ansia collettiva, e svela la decadenza morale e la corruzione che covano sotto la sontuosa apparenza della corte fiorentina.

Il nome di Marshall Neilan ricorre spesso nelle autobiografie di numerose star del cinema muto. Per Mary Pickford (Neilan era il suo regista preferito) era “una delle persone più deliziose, irritanti, dotate e affascinanti che abbia mai conosciuto”, per Colleen Moore “un seducente, folle, testardo irlandese che ha vissuto una vita piena ed eccitante” e Gloria Swanson lo definiva “l’uomo più ammaliante di Hollywood”. Eppure, fatta eccezione per i film con Mary Pickford, Neilan è stato generalmente trascurato dalla storia del cinema, citato più per il suo debole per l’alcol che per i suoi film. Al fine di mettere in luce la sua poliedricità come regista, si presentano cinque lungometraggi diretti da Neilan – da The Country That God Forgot, un western poco noto del 1916, alla spassosa commedia con Colleen Moore, Her Wild Oat, del 1927 – inclusa la prima mondiale del nuovo restauro di M’liss (Giglio selvatico), del 1918, con Mary Pickford, che Kevin Brownlow ha definito “un film di incomparabile bellezza”.

La seconda parte della retrospettiva biennale dedicata a una delle attrici italiane più apprezzate del cinema muto, Italia Almirante Manzini (Taranto 1890 – San Paolo del Brasile 1941), riserva sorprese e nuove esaltanti scoperte. La più importante è indubbiamente L’arzigogolo (1924) di Mario Almirante, in programma la sera di lunedì 5 ottobre nel nuovo restauro realizzato dal Museo Nazionale del Cinema con la Cineteca del Friuli dopo il ritrovamento di una copia in bianco e nero alla Cinemateca Brasileira e di una bellissima, seppure incompleta, copia nitrato in una collezione triestina recentemente acquisita dalla Cineteca del Friuli.

Prodotto da Alba Film, questo sontuoso dramma di ambientazione rinascimentale tratto dal “poema buffonesco” di Sem Benelli, con gli esterni girati nel Borgo Medievale a Torino e gli spettacolari abiti disegnati dal leggendario costumista teatrale Caramba, è la prova che il cinema italiano poteva ancora competere con le migliori produzioni internazionali. È anche il film con cui Italia Almirante Manzini si congedò dal pubblico cinematografico prima di intraprendere la lunga tournée teatrale che la riportò a calcare i palcoscenici nazionali e poi quelli sudamericani.

Fra gli altri titoli con la diva italiana, La statua di carne (1921) sempre di Mario Almirante, dal dramma-romanzo di Teobaldo Ciconi, e La maschera e il volto (1919), con cui si rinnovava dopo Femmina il sodalizio col regista Augusto Genina. Tratto dall’omonima pièce teatrale di Luigi Chiarelli, è uno dei rari casi in cui l’attrice si confrontò, se non con la commedia vera e propria, con un ruolo caratterizzato da una certa leggerezza e ironia, dando così ulteriore prova della sua versatilità.

Si rimane in Italia con il viaggio nelle Regioni che le Giornate propongono per il terzo anno e che, dopo Sicilia e Liguria, si sposta al Centro portandoci nel Lazio. Ci aspettano panorami mozzafiato ma anche film di finzione girati nella Città Eterna e in altre località quali il borgo di Ninfa, Rieti e Viterbo. Fra i titoli a cui prestare particolare attenzione, Il romanzo di Maddalena (1913) in un bellissimo restauro della Cinémathèque de Toulouse che ne preserva i colori originali, e Villa Falconieri, con protagonista la diva Maria Jacobini, una coproduzione italo-tedesca del 1928 che porta la firma di Richard Oswald.

Raramente il cinema spagnolo delle origini è stato al centro dell’attenzione, ma la situazione sta per cambiare grazie a una rassegna che include oltre 50 cortometraggi, sia documentari che di finzione, girati in Spagna tra il 1896 e il 1919. L’innovativa serie, avviata dalla Filmoteca de Catalunya e dalla Filmoteca Española, è il risultato di un progetto pluriennale che riunisce 11 cineteche spagnole e istituzioni di altri paesi, ognuna delle quali ha setacciato le proprie collezioni allo scopo di preservare questi preziosi testimoni della cinematografia nazionale raramente visibili: un’impresa monumentale che mette in luce il valore della collaborazione tra gli archivi. A garantire un autentico tocco iberico, una parte del programma sarà accompagnato da musicisti spagnoli.

La commedia è da sempre una parte essenziale del festival e quest’anno si esploreranno le origini, sulle due sponde dell’Atlantico, di quella che oggi chiamiamo sit-com. La coppia Mr. e Mrs. Sidney Drew era famosa per i cortometraggi incentrati sui malintesi fra marito e moglie. Lontani dalla comicità farsesca dello slapstick, i due erano considerati “comici raffinati” che suscitavano la risata con storie ben costruite piuttosto che con una sequenza di momenti esilaranti. Sidney (zio di John, Lionel e Ethel Barrymore) morì nel 1919 ma il suo stile comico ispirò le generazioni a venire. Alcuni corti della coppia americana saranno presentati insieme ad alcuni film dell’attrice, produttrice e regista svedese Pauline Brunius, un confronto che aiuterà a capire se i Drew, che in Svezia erano popolari, possono aver influenzato la star scandinava.

I classici selezionati da Paolo Cherchi Usai per la sezione del Canone rivisitato includono Zhizn za zhizn (Una vita per la vita), del 1916, diretto dal maggiore regista della Russia pre-rivoluzionaria, Evgenij Bauer; il capolavoro del 1918 di Victor Sjöström Berg-Ejvind och hans hustru (Proscritti) e Tell It to the Marines (I fanti del mare, 1926) di George W. Hill, con il grande Lon Chaney in un ruolo insolitamente spassoso e uno dei pochi in cui “l’uomo dai mille volti” non appare deformato dal pesante trucco.

Come sempre, la sezione Riscoperte e restauri, attraversando generi, paesi ed epoche, è un vero e proprio scrigno di tesori. Fra i nuovi restauri, due film con Gloria Swanson presentati grazie a Dennis Doros e Milestone Films: The Humming Bird (L’usignolo; I lupi di Montmartre), diretto da Sidney Olcott nel 1924, e Sadie Thompson (Tristana e la maschera, 1928), uno dei film di Raoul Walsh più importanti dell’epoca, in cui Swanson veste i panni di una prostituta che arriva in un’isola dei mari del Sud e qui si scontra con un riformatore puritano, interpretato da Lionel Barrymore. Tratto da un racconto di W. Somerset Maugham, il film è anche uno dei più importanti nella carriera di Gloria Swanson. Nel 1932 uscì il remake Rain, protagonista Joan Crawford, seguito nel 1953 da Miss Sadie Thompson, con Rita Hayworth, entrambi usciti in Italia con il titolo Pioggia.

Il Giappone torna in questa sezione in un potente montaggio, a cura del Toy Film Museum of Kyoto, di film di propaganda realizzati durante la guerra cino-giapponese. Un altro titolo antimilitarista è Peace on the Western Front (1930), il primo film britannico esplicitamente pacifista, che a Pordenone si vedrà grazie alla nuova ricostruzione dell’Imperial War Museum di Londra.
Una meraviglia a colori è Stellina, la pescatrice di Venezia (1913), girato e ambientato fra Chioggia e Venezia, opera di un regista non ancora identificato e con l’attrice francese Madeleine Céliat.

Per il cinema delle origini, Bryony Dixon, Maria Wyke e Ivo Blom, in occasione del lancio del loro sito Museum of Dreamworlds presentano un programma diviso in due parti – Antica Grecia e Antica Roma – dedicato alla rappresentazione dell’antichità nel cinema muto. Tra i film, tutti cortometraggi conservati al BFI di Londra, anche Martire pompeiana di e con Giuseppe De Liguoro, una produzione SAFFI-Comerio del 1909, e Bruto di Enrico Guazzoni, tratto dal Giulio Cesare di Shakespeare e prodotto dalla Cines nel 1911.

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