13.7 C
Pordenone
martedì , 5 Maggio 2026

“Michael”, il mito che parla ai giovani (anche senza averlo vissuto)

C’è qualcosa di curioso che accade quando le luci in sala si spengono e sullo schermo prende vita una leggenda: anche chi non l’ha mai vissuta in tempo reale sente il bisogno di farla propria. È quello che succede con Michael, il film dedicato a Michael Jackson, capace di attirare in sala un pubblico sorprendentemente giovane e partecipe.

Il nome di Graham King ai più dice poco, eppure è il produttore di Bohemian Rhapsody, il biopic sui Queen premiato con quattro Oscar. Sapere che è tra i produttori di questo nuovo progetto è già una garanzia che ha spinto molti — compreso chi scrive — a scegliere la sala cinematografica, ancora oggi insostituibile per immersione e coinvolgimento.

A reggere il peso del racconto è il giovane Jaafar Jackson, al debutto e già sorprendentemente convincente nel ruolo dello zio. Intorno a lui, un cast di alto livello e una produzione imponente, guidata dalla regia solida di Antoine Fuqua. Scene ricche, attenzione ai dettagli e una narrazione che evita di fermarsi alla superficie del mito per cercare invece l’uomo dietro l’icona: tutto contribuisce a rendere il film un’esperienza che merita la visione sul grande schermo.

Ma più ancora degli aspetti tecnici, colpisce ciò che accade tra le poltrone della sala. Nonostante le statistiche dicano che il pubblico over 50 al cinema sia sempre più raro, la presenza di tanti giovani non era forse inattesa. Eppure, durante e dopo la proiezione, i loro commenti raccontavano qualcosa di più profondo: sorpresa, curiosità, scoperta. “Non lo sapevo”, “Hai visto cosa ha fatto”… frasi che segnalano il tentativo di appropriarsi di una storia mai vissuta direttamente.

Il film, infatti, intreccia inevitabilmente la parabola artistica con quella personale, ma resta sempre ancorato all’essere umano prima che al mito. Ed è proprio questo equilibrio a generare empatia in una generazione che conosce Michael Jackson più attraverso playlist e algoritmi che attraverso il tempo storico.

A questo punto torna alla mente una risposta rimasta celebre. Nel 1968, dopo aver cantato “Quelli erano giorni”, Gigliola Cinquetti spiegò con semplicità perché una ragazza così giovane interpretasse una canzone così nostalgica: “I giovani non hanno memoria, per questo hanno bisogno della nostalgia”.

Ecco il punto. In quella sala, davanti a Michael, si percepiva proprio questo: il bisogno di costruirsi una memoria emotiva, di entrare in contatto con un’eredità culturale che non si è vissuta ma che si sente necessaria. Le piattaforme digitali permettono di ascoltare tutto, ovunque e in qualsiasi momento. Ma vedere una storia prendere forma sul grande schermo, quasi poterla toccare, è un’altra cosa.

È qui che entra in gioco qualcosa che nessuna tecnologia domestica può replicare davvero: la magia del cinema. Una magia capace di trasformare una figura lontana nel tempo in un’esperienza viva, condivisa, presente.

E forse è proprio per questo che, ancora oggi, vale la pena spegnere il telefono, sedersi in sala e lasciarsi trasportare. Anche — e soprattutto — quando si tratta di un mito che si credeva già di conoscere.

Enzo Cadamuro

Ultime news

Ultimi articoli