COSE MAI SUCCESSE: a Pordenone (provincia) non succede(va) mai un piffero

Adesso che la super pimpata ultima edizione settembrina di Pordenonelegge sembra un ricordo lontano e il sempiterno e ineffabile trio (+1) (Villalta, Garlini, Gasparet + Zin) e il colonnello generale Agrusti sono tornati alla vita normale in preparazione della ricorrenza stellare della capitale della cultura 2027, e archiviata anche la sua ( di Pnlegge) stramba bandiera (di guerra?) con il sole nero “spettinato” su sfondo giallo, non mi è restato altro che acchiappare un libro a caso tra quelli sul comodino e finalmente completarne la lettura.

“Cose mai successe” di Giulia Blasi, edito da Rizzoli, ce l’ho che si aggira colpevolmente tra comodino, divano, scrivania e teli mare, dall’estate del 2024 e solo ora l’ho aperto: spoiler: ti avviso subito che poi appena lo apri non riesci più a smettere, e quando finirà ti mancherà moltissimo tra le amare ma liberatorie lagrime. (Se ti vuoi deliziare anche tu sappi che si trova ancora facilmente in libreria o online!)

Giulia Blasi è di Pordenone (provincia), e partendo da qui e ci porta in un paesino friulano della destra Tagliamento (tipo San Giovanni di Casarsa o Gaio di Spilimbergo o Villa D’Arco (Villa Sgraffa) di Cordenons per capirci) nella seconda metà degli anni Ottanta: chiesa, piazza della chiesa, oratorio, casette, villette, supermercato, Pro Loco, caserme strapiene militari in libera uscita e una intensissima attitudine piccolissimo-borghese cattolicona e straiperbenpensante che naturalmente porta con sè anche tutto quel terribile apparato di intelligence gossippara di informazione locale che rendeva del tutto superflui internet e i social media di oggi: bastavano i pettegolezzi in chiesa o in osteria o dalla parrucchiera. Tutti sapevano tutto di tutti, o almeno così pareva. Della serie: prega il cielo che hai una buona reputazione.

Cinque amichette ragazzine stanno giusto entrando nell’adolescenza tra festicciole pomeridiane in taverna a base di aranciata, prime cotte col bullo bello intravisto in corriera per andare a scuola a Pordenòn, amicizie assolute e assolutiste, gelosie più degli adulti che delle adolescenti, famiglie per benino ma più o meno ingombranti e quella splendida e delicata e rosea insicurezza tipica dell’età in cui basta che una o uno ti guardino storto durante l’intervallo per farti mettere in discussione tutto il tuo senso ontologico.

Tra queste delizie di amichette ce n’è una che forse è la più tormentata e irregolare (in ogni compagnia che si rispetti ce ne è sempre una). È quella tesoruccia deliziosa di Luana, detta Lulù: è (apparentemente?) la più spigliata, la più ribelle, spesso ombrosa ma sempre bella bellina e soprattutto è quella che in un paesino perbene del piffero sembra impegnarsi con una certa costanza a farsi dire dietro che è una dedita a pratiche poco perbene, signoramia. Lulù imperdonabilmente addirittura zoccoleggia frequentando i giovani militari di leva della caserma, (negli anni ’80 del secolo scorso Pordenone pullulava di caserme e militari); Lulù poi addirittura lavora fino a tardi nonostante la giovane età, ogni tanto perfino non torna a casa, spesso fa più o meno quello che caspita le pare e e così offre alla comunità del piffero di cui sopra continuo materiale fresco per il pettegolezzo più o meno sguaiato e moralista.

Poi, però, un giorno la bella dolce e tormentata Lulù scompare.
Voci di paese dicono che ha preso un treno e se ne sia andata. Del resto quella poco di buono aveva sempre detto che voleva scappare signoramia. (Alzi la mano chi di noi in adolescenza non ha pensato/detto almeno una volta la stessa identica cosa!)
Arrivano persino delle laconiche cartoline (allora si usavano ancora) da varie città italiane e quindi, lentamente, tutto si sistema nella versione più comoda: Luana se n’è andata, punto. Possiamo serenamente tornare alle nostre occupazioni e chi se ne fotte di quella zoccoletta.

Tragicamente per più di trent’anni questa versione funziona alla grande e il paesello della Destra Tagliamento (Di là de l’aghe) ingloba nel dimenticatoio la vicenda.

Finché le quattro amichette restanti: Dalia, Gina, Claudia e Freya, ormai cresciutissime e ognuna con la sua vita strutturata, si ritrovano per un funerale e qui il passato non perdona che spesso ha la scomoda e dolorosa abitudine, per niente perbenista signora mia!, di non rispettare le pratiche di archiviazione, il fatidico “anelito di verità” ricomincia a bussare sui loro cuori prima ancora che al raziocinio,

Dalia, che è quella che ha fatto più cose, si è trasferita a Roma, fa la scrittrice popolare per una casa editrice, e ha anche fatto un grandissimo lavoro su se stessa per non farsi ammazzare dal paesino bastardo che è in lei, va praticamente in fissa per questa storia e comincia a recuperare quelle vecchie cartoline. Le guarda meglio. Qualcosa non torna. Poi qualcos’altro non torna. E a un certo punto non torna praticamente più una mazza. E ti dico che leggere questo romanzo diventa sempre più una goduria, da qui Cose Mai Successe diventa un “cold case” davvero sui generis, al gusto di osteria e di sagrestia sot al cjampanîl e scopriamo che in quel maledettino angolino di provincina non è previsto ad esempio il solito commissario-sbirro tormentato che riapre il caso, e gioiosamente non v’è neppure traccia dei soliti sboroni profiler egomaniaci e per giunta non troviamo niente di niente di laboratori della scientifica dove un pelazzo crespo e incrostato di moquette risolve trent’anni di mistero in ventisette minuti netti. Grazie.

A indagare sono solo ‘ste quattro donne ormai adulte, quattro “siorute” cinquantenni costrette soprattutto a rovistare a piene mani dentro quella metaforica Cloaca Maxima che è la cosa meno affidabile e spesso più dolorosa che possediamo: la nostra stracazzo di memoria. Ed è qui che l’ineffabile G.B. from Pordenone (provincia) ci fa il trick migliore.

Effettivamente già il romanzo funziona molto bene di base come un noir (c’è una scomparsa, ci sono segreti, incongruenze, reticenze e una tensione che cresce) che fa diciamo da carrozzeria, ma sotto sotto, il motore nel cofano, sta parlando anche d’altro. È un motore sagacemente pimpato! Blasi sguinzaglia i cavalli in potenza enucleando in maniera coinvolgente e intensa una dinamicissima riflessione sul passato, sui fatti di come ci ricordiamo il nostro passato e i passati altrui, di come regolarmente ce la aggiustiamo (la narrazione!) e, appunto, di come spessissimo scegliamo inconsapevolmente la versione dei fatti che ci permette di continuare a convivere decentemente con noi stessi, vigliacconi/e che non siamo altro! La memoria, insomma, non è esattamente l’infallibile l’hard disk a bitmap espansa che spesso ci figuriamo, diciamo che forse è più simile a una specie di addetto stampa, tipo più un portavoce di una prima ministra del terzo millennio, che si dedica assai, appunto, ad “aggiustarla” di continuo.

Tremate, tremate le ragazzine son tornate! Ma ora sono (solo) delle adorabili signore: Dalia, da ragazzina magrolina e insicura, è diventata una strutturata scrittrice di romanzi rosa e vive a Roma. Gina è rimasta quella forte, materna, concreta, protettiva. Claudia è cresciuta (ingabbiata?) dentro il mondo ordinato e rispettabile della famiglia per benissimo del paese. Freya si porta dietro invece una storia sentimentale tormentata a dir poco e, come spesso accade, anche molto meno rassicurante di quanto appaia dall’esterno. E poi però c’è sempre Lulù. Quella cavolo di Lulù che è assente da decenni ma che riesce a essere, paradossalmente, il personaggio che occupa più spazio.

Più si scava sulla sua scomparsa, più viene fuori il modo in cui era stata guardata dagli altri: ragazza libera e/o puttanella, ribelle e/o psicopatica, vittima e/o artefice della propria maledetta reputazione. Tutte etichette di molto comode che permettono di molto comodamente di smettere di farsi troppe domande. Forse questo è il lato più interessante del romanzo: come sia riuscita la Blasi a rendere in maniera avvincente e plastica questa melma esistenziale che spesso ci imprigiona specie quando si è giovani e indifese/i.

Il paesello FVG non è una semplice scenografia con le montagne sullo sfondo. È un piccolo ecosistema sociale dove il pettegolezzo corre velocissimo ma la verità, curiosamente, molto meno. Un posto in cui tutti vedono, tutti commentano, tutti hanno una teoria, però quando servirebbe davvero ricordare qualcosa nessuno ha le palle di farlo.

Blasi racconta tutto questo con una scrittura molto scorrevole, con una generosa dose di autofiction e con una notevole potenza di fuoco con grandi soluzioni stilistiche e narrative, facendo continuamente avanti e indietro tra gli anni Ottanta e il presente senza trasformare i salti temporali in un esercizio ginnico per il lettore. Il ritmo cresce, i tasselli cominciano a incastrarsi e quella che sembrava una vecchia storia di provincia diventa sempre più inquietante.

Funziona bene l’ambientazione anni Ottanta anche perché riesce a evitare per fortuna la facile nostalgia da “eravamo felici senza smartphone e social”. L’adolescenza non viene imbalsamata nel cellophane rosa shocking dei bei tempi andati: è un’età confusa, feroce, sessualmente incerta, piena di fragilità e pullula di adulti che spesso ne capiscono meno dei ragazzi ma che hanno il vantaggio sleale e ignorante di poter decidere per loro.

Cose Mai successe racconta bene quella specialità tutta umana che consiste nel trasformare il “dovremmo capire cosa è successo”nel molto più pavido e gestibile “saranno solo cazzi suoi”.

E poi, puff!, trent’anni dopo, qualcuno decide finalmente di grattare via la vernice color perbenismo, e sotto la rispettabilità, le buone famiglie, le amicizie, le cartoline e il quieto vivere comincia ad apparire qualcosa di decisamente meno presentabile.

Il risultato è un noir veloce e coinvolgente, ma anche un romanzo sulla memoria, sull’amicizia femminile, sul tempo e soprattutto sui silenzi. Quelli personali e quelli collettivi. Quelli che servono a proteggerci e quelli che, a forza di proteggere tutti, finiscono magari per proteggere anche chi non dovrebbe.

A Pordenone (provincia) non succede(va) mai un cazzo.

Pasqualino Suppa

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